Civiltà Contadina in Valdichiana – I giorni di festa in campagna

I giorni "arcordeveglie" in montagna - la Pasqua

Per quanto concerne la gastronomia, tra le feste religiose quella più “arcodévéglie” era senza dubbio la Pasqua. Per Pasqua, in montagna, non vi erano usanze particolari per quanto riguarda la colazione. A mezzogiorno era di rigore l'uovo benedetto (solo uno per ciascuno, si precisa). Seguiva il “sangue di bue” soffritto con olio e cipolla. Di sera arrivava la pastasciutta, nei modi che abbiamo già ricordato. Gli unici dolci, che però servivano quasi esclusivamente il giorno dell’“arméno”, erano il “torquolo” e la “torta sulla teglia”, di cui diamo a parte le ricette.

Si faceva festa non soltanto in quel giorno ma, come si diceva, “era Pasqua tutta la settimana. Era, infatti, l'unico momento dell'anno in cui i parenti si scambiavano visite: il famoso “arméno”. I parenti “se dèon parte” e così si impegnava l'intero “ottavario”. I giorni più indicati erano però il martedì, il giovedì, e l'ottavario” (la domenica seguente la Pasqua). Ciascuna famiglia teneva a fare buona figura con i parenti ed allora, ricordano, “se sforzémme” (veniva cioè fatto un grosso sforzo economico). I parenti arrivavano, uno o più per casata, poco prima dell'ora di pranzo.

Quale il menù? Pastasciutta con sugo di carne di coniglio, o per chi poteva ammazzarlo, agnello. Carne e sugo si cuoceva contemporaneamente: dopo aver fatto rosolare gli odori con lo strutto, vi si versava la carne fatta a pezzi e in seguito si aggiungeva la conserva; poi si copriva con acqua la carne. Quando questa era cotta veniva tolta e restava pronto il sugo per condire la pasta. Si offriva poi “ciaccia con formaggio” o con la “ventresca”, la pancetta di suino (vedi ricette). Infine torquolo e torta a volontà.

Il Natale

Il paesaggio cortonese a Natale. In tono minore, rispetto alla Pasqua, veniva festeggiato il Natale. Niente sprechi in cucina: una pastasciutta, possibilmente un pezzetto di carne a testa. Più spesso ci si accontentava di minestra con i tagliolini. Unica tradizione era mangiare il panforte. In particolare si ricorda che i fidanzati erano soliti regalare alla propria ragazza il “pampépèto” la sera precedente andando a veglia. Le dicevano: “T'ho porto 'na barutola” (oggetto circolare). Si rammenta: “a Natale custumèa maggnè 'l pampépéto,”.

Il Natale, per i bambini, era pur sempre una bella festa. Certo dovevano accontentarsi di poche cose, ma per essi rappresentavano una grande gioia. Non c'era ancora Babbo Natale a recare i doni: la sera precedente il capoccia metteva sul focolare un grande pezzo di legno, il “ceppo”, che avrebbe dovuto, si diceva, durare fino all'Epifania. Di regola doveva essere “buso” (vuoto) dentro. La mamma, o per lo più la massaia della famiglia, metteva “in pannuccia” noci, mandorle, fichi secchi, mele... e poco più. Ella fingeva “de sbruzzè” (battere) il ceppo con una “palétta” (strumento per prendere la brace) e diceva: “el ceppo ha chèco 'na mela...,'na merenguala (arancio) 'na noce”. Infatti, la massaia faceva scivolare per terra ciò che aveva in grembo ed i bambini si davano da fare per raccattare quello che essi credevano fosse uscito dal buco che vi era nello stesso ceppo. Nelle migliori famiglie contadine si potevano regalare inoltre dei bamboccini colorati di zucchero: per lo più avevano la forma di bamboline, di “omíni” o di qualche animale.

Per indulgenza fino alla mattina di Natale non si mangiavano salsicce; quella mattina se ne poteva mangiare una, ma una soltanto.

“`L corteo” (Battesimo)

Il nome “cortéo” dato alla festa per il battesimo di un figlio quasi sicuramente derivava dal fatto che, in corteo appunto, dovevano recarsi a battezzare il neonato in una chiesa talora molto lontana da casa: questo perché non in tutte le parrocchie c'era il fonte battesimale. Naturalmente si andava a piedi ed il viaggio poteva durare anche qualche ora.

Pochissimi gli invitati: solo due o tre ragazze figlie di parenti “stretti” che avevano il compito di portare in braccio il bambino da casa alla chiesa e viceversa. La mamma non poteva partecipare al battesimo perché ancora “non era arrentra'n santo” (benedizione che veniva impartita alle madri dopo il parto).

La cerimonia si svolgeva esclusivamente di mattina; al ritorno ci si sedeva a pranzo: cibo molto semplice: pastasciutta, pollo o coniglio e, quando si poteva, un semplice dolce.

Il funerale

“Pei funerali facèon la sbaccalèta”. Considerato che anche per recarsi ad un funerale si doveva andare a piedi, i parenti del morto, quelli che abitavano più lontano, dopo il trasporto erano trattenuti in casa a mangiare prima di ripartire. Il cibo per tale occasione doveva essere molto modesto: si preparava solo del baccalà lessato, talora con aggiunta di aglio e prezzemolo tritati. Il baccalà infatti un tempo si comprava abbastanza a buon mercato ed era perciò considerato un alimento di poco conto.

“Lo sposalizio” (il Matrimonio)

Il matrimonio veniva festeggiato con tutto lo sfarzo possibile. Prima di tutto dobbiamo fare una distinzione: si potevano fare nozze semplici o nozze doppie, cioè con uno o due pranzi.

Le nozze semplici erano quelle delle famiglie più povere o di quegli sposi che non abitavano lontani tra di loro. In questo caso il pranzo era unico, concordato tra le due famiglie, piuttosto modesto con le solite portate: pastasciutta, carne in umido ed arrosto (animali da cortile) e talora si aggiungeva la minestra con il lesso e dolce finale.

Ma più interessante è parlare delle cosiddette doppie nozze. Anche per queste è necessaria una distinzione:

  • doppio pranzo con parenti divisi.
  • doppio pranzo con parenti riuniti.

Nel primo caso i parenti dello sposo e della sposa mangiavano nelle rispettive case ed ugualmente separati pertanto erano i due neo sposi. Il fatto curioso era questo: le due famiglie si scambiavano un parente (un giovanotto ed una ragazza) che divenivano il “finto sposo” e la “finta sposa”, i quali sedevano a tavola a fianco degli sposi veri.

Nel secondo caso, dopo il matrimonio celebrato abbastanza di buon mattino si iniziava con il pranzo a casa della sposa (con il menù che diremo poi). Al termine, il corteo degli sposi con tutti i parenti, sempre a piedi, si recava a casa dello sposo dove si dava inizio al secondo pranzo di nozze. In genere il corteo era accompagnato da un uomo che suonava l'organetto; quando le persone passavano davanti alle case di amici o parenti era usanza che venisse loro offerto del vinsanto. Chiunque beveva metteva nel vassoio contenente i bicchieri tre confetti. Altri confetti venivano lanciati in aria perché c'erano sempre dei ragazzi pronti a fare la “ruffala” (la zuffa) per raccoglierli. Giunti a casa dello sposo la suocera andava incontro alla sposa e le offriva una “pannuccia” (grembiule).

Il primo dialogo era questo: “mama me ce volete?” “se non te ce voléo 'n t' avéo mando a piglié”. Si iniziava quindi a mangiare. Il pranzo era quello tipico, già descritto per le nozze semplici. A seconda dei mezzi economici poteva aggiungersi qualche portata di carne in più ed anche qualche dolce diverso, tipo il “pan di Spagna”, vino a volontà.

Una festa accompagnata dalla musica dell’organetto. Al termine spesso cominciavano a ballare, sempre al suono dell'organetto. La sera, prima che gli sposi dormissero, la suocera bussava alla porta chiedendo il permesso di entrare. Quindi spegneva loro la candela.

La mattina dopo si aspettava, per spazzare la cucina, che scendesse la sposa alla quale veniva consegnata la scopa dicendole: “mirè, questa è la scopa, la prima mattina spetta a la sposa a spazzè la chèsa”. Così essa iniziava la vita nella sua nuova famiglia.