La compagnia laicale di San Niccolò

Cenni di storia

Uno dei fenomeni maggiormente significativi della cultura e della religiosità popolare dell’epoca fra il Medioevo ed il Rinascimento fu quello delle confraternite laiche, che riprendevano una tradizione diffusa fino dai secoli precedenti e che trovava la sua ragion d’essere nella superstiziosa consapevolezza della prossima fine del mondo, spesso e a più riprese messa in giro come giusta punizione verso un’umanità attratta maggiormente dal piacere che dall’osservanza della dottrina di una chiesa non sempre coerente con gli originari insegnamenti.

Nel Quattrocento, con la rinascita delle arti, della letteratura e delle scienze, fu ancora più evidente il contrasto fra i piccoli gruppi di persone privilegiate dalla loro professione o dall’appartenenza ad una associazione o “arte”, e la grande massa del popolino minuto, quasi sempre analfabeta, in posizione di sudditanza, a volte privo degli elementari mezzi di sussistenza. Si aggiunga la frequenza delle lotte e delle guerre, che si combattevano normalmente a scapito della povera gente, delle pestilenze, della poca o nulla considerazione del valore della vita umana. Cortona non si differenziava da questa “normalità”: ve ne sono cospicue tracce nelle cronache e nella storia locale. Di fronte a questo stato di cose, molto frequenti erano le associazioni che con termine moderno si potrebbero definire di volontariato verso gli strati sociali più deboli: così quelle confraternite che nel Medioevo si preoccupavano di diffondere e far conoscere la fede cristiana, ora allargano le proprie incombenze all’azione caritativa e al sostegno materiale e morale dei poveri.

Il “Proemio” degli Statuti della Venerabile Compagnia di Santo Niccolò in Cortona informa che nelli anni del Nostro Signore dalla sua salutifera Incarnatione MCCCCXL del Mese di Agosto, nel giorno della festa della Assumptio della Vergine Madre Maria un gruppetto di giovani tutti minori di 18 anni dettero avvio all’associazione, nel nome del Santo, secondo tre successivi gradi di attività, il primo di vita contemplativa, il secondo di vita attiva, sovvenendo il prossimo nelle sue necessità, il terzo di vita morale, seguendo modelli onesti e virtuosi. Seguiti dai Padri francescani dell’Osservanza di Santa Margherita, essi tuttavia non si limitavano alla vita spirituale, ma secondo le regole partecipavano attivamente ad opere di bene e di carità: fra queste soprattutto a favore dei poveri e per la dotazione delle fanciulle che non ne avevano la possibilità.

I primi due secoli di attività della Compagnia furono di grande fervore ed impegno sociale; e fu con ogni probabilità proprio in questa fase che i Fratelli si dotarono di un oratorio in cui riunirsi, intorno all’ultimo quarto del Quattrocento, oppure ripristinarono il culto in una chiesa già esistente di origini trecentesche, alla quale venne assegnato il titolo del Santo eponimo della Compagnia; alla fine del XV secolo può infatti ascriversi l’affresco, purtroppo incompleto, attribuito tradizionalmente alla scuola signorelliana; e non dobbiamo dimenticare che fra i Fratelli della Compagnia era proprio il grande pittore cortonese, come risulta da una tavoletta ricordata dal Manni, autore di una vita di Signorelli alla metà del XVIII secolo; proprio per la Compagnia egli dipinse nel primo decennio del Cinquecento la grande tavola opistografa con la deposizione di Cristo.

L’impegno sociale e l’azione assistenziale erano gestiti dagli stessi Confratelli: prima che si trasformasse in Compagnia di Nobili e come tale entrasse in possesso di beni mobili e immobili lasciati dai benefattori o ereditati dagli stessi nobili, i soci non esitavano a raccogliere essi stessi elemosine, che non venivano certo lesinate, proprio per la considerazione in cui essi erano tenuti: e tutto ciò che veniva raccolto andava ad incrementare il fondo per la dotazione delle fanciulle, che era l’impegno precipuo. Ma non si disdegnava la cura dell’oratorio nel quale i fratelli si riunivano, anche se a volte i risultati non erano adeguati all’impegno: si ricordino le trasformazioni avvenute fra Seicento e Settecento.