Civiltà Contadina in Valdichiana – Pane e grano

Storia, del grano e del pane

La semina avveniva a “spaglio” dando da 1 a 1,5 stai di grano (1 staio = 20 kg) a staiolo (2000 m). Poi si passava con il coltivatore o “sbornia”, un attrezzo formato da denti ricurvi in modo da interrare il seme. Successivamente venivano fatte le scoline laterali longitudinali con la giusta pendenza in modo da far defluire l'acqua nei fossi che delimitavano il campo, i quali erano tenuti puliti proprio per far scorrere l'acqua. Tali scoline (“solchi“) erano fatte con l'uso dell'aratro o meglio ancora a mano con l'uso di una pala o della vanga.

Verso gli anni '20-'25 entrò in uso la seminatrice, costituita da una tramoggia dove veniva messo il seme, nel fondo della quale erano presenti diversi fori collegati con tubi flessibili attraverso cui il seme arrivava nel terreno. Era presente una leva che, manovrata a mano, permetteva l'apertura e la chiusura dei suddetti fori; a livello del terreno era provvista di dischi rotanti che permettevano al seme di essere interrato. La seminatrice è tutt'oggi usata.

I contadini formano i pagliai con l'aiuto dell'elevatore. La semina del grano di norma seguiva e segue la coltivazione di un prato (erba medica o trifoglio), un sistema frequente di semina era il “ristoppio” cioè la semina del grano, per due anni consecutivi, sullo stesso terreno. Nel mese di marzo era uso distribuire, in mezzo al grano, seme di erba medica e trifoglio che veniva interrato con i “graffi” trainati da buoi. Il primo maggio si usava mettere la croci sui campi per preservare la coltura dalle avversità meteorologiche. Le croci erano formate da una canna o da un legno di vinco verticale la cui estremità superiore veniva sezionata per permettere l'inserimento di una stecca trasversale, intorno alla quale erano disposte foglie di giglio ed un ramettino di olivo entrambi benedetti.

La mietitura iniziava a fine giugno (per S. Giovanni o per S. Pietro). Si effettuava a mano con l'uso della falce e si riunivano tutte le persone della famiglia e anche i vicini che finivano prima. C'era il balzaiolo che andando avanti faceva il “balzo” con un intreccio dalla parte delle spighe di piante di grano. Di norma insieme c'era anche la balzaiola (sorella, fidanzata o moglie), la quale mietendo deponeva il grano sopra questo legaccio in modo da formare un mannello (detto anch'esso “balzo”, in altre zone “covone”). La mietitura di norma avveniva a strisce o “praci” per cui al termine del lavoro si avevano file di mannelli che venivano poi legati. I “balzi” al termine della giornata, cioè nelle ore più fresche, per evitare la dispersione dei chicchi di grano, venivano riuniti a formare le “méte”. Si trattava di ammassarli (circa un carro) in modo circolare con le spighe rivolte all'interno fino ad una certa altezza e nella parte superiore veniva fatto il cono, disponendo i balzi inclinati in modo da far scivolare l'acqua in caso di pioggia e farli asciugare meglio. Successivamente entrò in uso anche il sistema delle crocette a quattro cantoni.

Il tempo necessario per la mietitura andava dagli otto ai quindici giorni, secondo l'estensione della coltura e il numero delle persone. Prima della seconda guerra mondiale comparvero le falciatrici a ferro trainate dai buoi, che erano provviste di due ruote, di una barra laterale dove scorreva la lama, di un cancelletto in legno attaccato alla barra, di due sedili. Un sedile era riservato al guidatore dei buoi e l'altro alla persona che per mezzo di un pedale provvedeva ad alzare il cancelletto e ad abbassarlo dopo che era stata falciata la quantità di grano necessaria per formare un “balzo”. Inoltre, questa persona era munita di una forca con la quale facilitava l'uscita del fascio di grano dal cancelletto.

Successivamente alcuni usarono la motofalce guidata a mano che legava il “balzo”. Verso la fine degli anni '50 entrò in uso la mietilega provvista di motore che si guidava stando su un sedile e che falciava il grano. Lateralmente usciva il balzo legato con la corda. Negli ultimi anni è comparsa la mietitrebbia che provvede a falciare e trebbiare contemporaneamente il grano. La paglia rimane nel campo e successivamente viene pressata con apposite macchine.

Dopo la mietitura il contadino preparava nell'aia il posto dove avrebbe formato una o due “méte”. Questa operazione consisteva nel raschiare con la zappa l'eventuale cotica erbosa e pulire con la scopa. Il trasporto dei balzi dal campo all'aia avveniva con il carro, usufruendo anche dell'aiuto dei vicini ai quali il lavoro era poi contraccambiato. L'operazione successiva consisteva nella trebbiatura che in un primo momento avveniva mediante il “corgéto” costituito da due bastoni di diversa lunghezza collegati mediante un robusto legame e liberi di muoversi. Poi avveniva tramite l'uso della “tribbia”, fatta funzionare da una macchina a vapore provvista di un forno dove si bruciava la legna, di una caldaia e di un “volano” sul quale veniva allacciato il “cignone” collegato con la “puleggia” della tribbia. Il vapore prodotto faceva girare il volano, che trasmetteva il movimento alla puleggia e la tribbia entrava in funzione. Sia la tribbia che la macchina a vapore venivano trasportate da un'aia all'altra per mezzo di buoi. La tribbia presentava nel piano superiore un’apertura (bocca) nella quale una persona (imboccatore) inseriva, dalla parte delle spighe, i balzi che gli venivano dati da altre persone situate sulla “méta”. La paglia usciva dalla parte anteriore della tribbia ed alcune persone, con forche di legno, ne prendevano un po’ per volta e la passavano ad altre che pensavano a sistemarla intorno al “barcile” (un legno conficcato nel terreno e alto circa 6-8 m), in modo da formare il “pagliaio”.

Arrivati a circa metà pagliaio veniva messa un'asse che sporgeva all'esterno. Sulla sporgenza dell'asse ci stava una persona che, ricevuta la forcata di paglia da coloro che erano in terra, la dava alle persone situate sul pagliaio. Alcuni per far ciò usavano una scatola di legno. Successivamente venne introdotto lo “stombolo”, un'antenna di legno fissata nel terreno vicino al pagliaio con una forca all'estremità superiore dove veniva situata un'asta trasversale che faceva da bilancere (si poteva cioè alzare ed abbassare). Tale asta era provvista, ad un'estremità, di un gancio dove veniva attaccato il fascio di paglia ed all'altra estremità di funi per tirare. Verso gli anni '30-'32 alcune trebbiatrici furono dotate di elevatore, una scala con nastro trasportatore.

Nei posti di montagna e di collina dove erano aie molto scomode, e la tribbia non poteva essere trasportata, l'uso del corgeto si è protratto anche nei primi anni del novecento insieme all'introduzione di una “trebbia” piccola e bassa lunga 1,5-2 m, provvista di una bocca dove veniva messo il balzo e poi uscivano grano, paglia e “loppa” (pula) insieme.

Successivamente la paglia veniva separata con forche ed il grano vagliato direttamente nell'aia con grandi “crovelli” attaccati a pertiche disposte a cono. Queste trebbiatrici erano manovrate da un motorino a scoppio mediante il “cignone”. Sia il motorino che la trebbiatrice venivano trasportati sulle spalle da quattro persone con l'uso di pezzi di legno. Fino verso gli anni '30 il corgeto è servito anche per la segale, l’avena, i fagioli ecc. La “loppa” (pula), per mezzo di teli, veniva portata dentro una capanna e poi conciata. Durante l'inverno, mescolata al segato, era alimento per il bestiame bovino. Il seme di grano passava dalle bocche della trebbiatrice in un “bigone” (contenente circa uno staio) e poi veniva portato nel granaio, un locale questo destinato alla conservazione dei cereali e situato nella casa colonica. Qui c'era una persona che con il “crovello” separava il grano dalle impurità e poi lo ammassava. Successivamente avveniva la divisione con il padrone.

Il contadino provvedeva poi alla preparazione dei torchi (cordoni di paglia di segale) che venivano attorcigliati intorno alle fosse come rivestimento per impedire che il grano assorbisse umidità. Queste fosse circolari, profonde 2-3 m, erano di diversa grandezza e potevano contenere anche 20 quintali di grano. Ubicate di norma in una parte dell'aia, in qualche zona erano situate in una piazzola e disponibili per chiunque volesse usarle dietro compenso al proprietario del podere o dei poderi confinanti. I contadini usavano gratuitamente quelle del padrone.

Da queste fosse, poi, quando occorreva la farina, veniva prelevata una certa quantità di grano e portata al mulino. I Mulini della Val di Loreto erano ad acqua e a vapore, ad esempio il molino di Adreani presso la colonna di Sodo era sia ad acqua (infatti era presente il butaccio) sia a vapore, mentre il molino di Brogio a Sodo era solo ad acqua e dal 1920 a Fratta entrò in funzione il molino a vapore di Carini.

Dalla macinazione del grano veniva farina mescolata a semola che poi a casa subiva la stacciatura con staccia da 50 che dava farina con un po' di semola, con staccia da 60 che dava farina più bianca (entrambe usate per fare il pane), ed infine con la staccia da 70 con la quale si otteneva farina pura usata soprattutto per fare la pasta. Chi aveva molto grano, durante l'inverno, lo portava il sabato al mercato di Cortona in balle mediante il barroccio. In piazza la misura usata era lo staio corrispondente a 18 coppe (una coppa = 1 kg) che costava £ 5 cioè uno scudo (siamo tra il primo e secondo decennio di questo secolo). Era anche in uso il baratto; ad esempio, con uno staio di grano si poteva acquistare circa una libbra di olio corrispondente a 4 kg.