Civiltà Contadina in Valdichiana - La casa colonica

La cantina

La falce, attrezzo indispensabile del contadino. Era situata al pianterreno, nella parte più fresca della casa, nell'angolo dove il sole batteva di meno. In cantina si trovavano i tini, le tinelle, le damigiane, i barili, a volte anche gli ziri dell'olio. L'olio, però, più spesso era custodito in casa, nella stanza magazzino; i tini erano grossi e vi si metteva l'uva a fermentare (bollire); i tinelli, di solito a tre gambe, servivano per fare il vino bianco e l'acquarello, a base di vinaccia e acqua. La tinella era un tino che si metteva sul carro nel periodo della vendemmia, legato con un canapo. I bigoni o bigonci erano posti lungo i filari per metterci l'uva e pestarla con il “pistone” di legno. Nel periodo della svinatura il vino passava direttamente dal tino al barile, che serviva a misurare la quantità di vino. Una volta invecchiato il vino veniva versato nelle damigiane e da queste nei fiaschi. Per il vinsanto e il vino dolce si adoperavano uve scelte, fatte bollire nel tinello e travasate nel caratello. La vinaccia con molte tracce di vino, veniva trasportata con i bigoni dal tino al “primitoio”, dove con apposite presse si stringeva ancora producendo dell'altro vino.

Per pulire le botti o le damigiane era usato lo zolfo, che si faceva sciogliere in un pentolino, in cui, poi, si immergevano delle strisce di stoffa. Quando queste ne erano imbevute, si ponevano nella botte per disinfettarla, dopo averla lavata con acqua. La disinfezione delle botti veniva realizzata, anche in questo modo: lo zolfo era messo in un “coppo” (usato nella fabbricazione dei tetti), dove era acceso e poi posto dentro la botte o la damigiana che veniva subito chiusa.

Gli attrezzi agricoli

Erano considerati importanti strumenti di lavoro anche le bestie. Infatti servivano al contadino per adoperare molti attrezzi agricoli come il coltro e il sementino o piccolo aratro, con il quale si fa ancora oggi il solchetto dopo la coltratura. Con l'erpice si spianava la terra, dopo aver buttato la semente. Il “carro” a ruote alte era tipico della Valdichiana, mentre in montagna era più piccolo e si chiamava “treggia”, era senza ruote, un involucro di vimini intrecciati collegati a due tronchi, che erano la base del carro.

La vanga era indispensabile là dove il coltro avrebbe potuto sciupare le barbe delle viti e delle altre piante. La falce fienaia, una grossa lama di circa un metro dal lungo manico di legno, non si adoperava per la mietitura, che sì faceva con la falce a mano, ma per l'erba medica ed il fieno.

Per la vendemmia c'erano le “cistelle” (ceste coi manici) i panieri, le bigonce, le roncole, il ronchetti (per staccare i grappoli d'uva), le forbici da potatura.

Per la trebbiatura il contadino, oltre che della falce si serviva delle forche di legno, del “crovello” per separare il grano dalla lolla, del “vaglio” per vagliare le scorie e mettere il prodotto pulito nelle “balle” o sacchi di canapa. Tutti i cereali si battevano con il corgeto e le forche; poi si gettavano in aria con la pala di legno affinché il vento facesse volare la pula.

L'aratura dei campi con i buoi. Per avere la falce sempre a posto, il contadino aveva tre piccoli oggetti: una incudine di ferro, una “martellina” per ribattere le falci, una “pietra dolce” con la quale, con l'aiuto di acqua e saliva, si affilava la falce. Per il taglio della paglia serviva il “falcione”, dalla grossa lama a punta, che taglia le fette di paglia e di fieno.

Molte scale di legno usava il contadino per salire sui pagliai, sulle capanne e sugli alberi. Un tipo di scala, detto “scalèo”, perché fatto a triangolo, veniva usato per potare le viti, gli olivi, ecc.

Il trinciaforaggi era chiamato “falcione” e aveva una ruota azionata a mano, come il “trinciarape” e il “trinciabietole”. L'applicazione di un motorino elettrico o a scoppio a questi strumenti è venuto in epoca recente.

Buoi adornati per la fiera del vitellone. Il contadino usava il giogo per far tirare dai buoi il carro, l'aratro, il coltro, la treggía, il trinciazolle e l'erpice o erpico. Quando si usciva dal podere per andare al paese e alla fiera, si adornavano le bestie con fiocchi, nastri, specchietti e si ungevano con la “morchia” le coma dei buoi o si tagliavano e si limavano per aguzzarle. Questo addobbo si completava con la frusta dal manico fiorito e flessibile di giunco; anche la parte in corda della frusta era intrecciata e terminava con lo “sverzino”.

Nelle stalle, per spandere la lettiera, veniva usato il “forcone” di ferro con 4 o 5 denti: si raccoglieva il “concio” nella “barella” fatta di assi di legno o si trasportava con una carretta. Il concio era la lettiera (paglia ed escrementi) delle stalle; lo si portava a mano (in genere erano due persone) nella concimaia, dove fermentava. Dopo circa un anno, diventava una massa uniforme e nera (“burro nero” o “buttino“), veniva caricato sui carri e portato al campo. Qui veniva steso e poi interrato con l'aratura. Era un concime completo, perché era ricco di sostanze organiche e di microrganismi, utili alla fertilità del terreno, ed aveva gli elementi chimici fondamentali (azoto, fosforo, potassio).

Il pozzo

L'acqua si andava a prendere al pozzo con le brocche di rame, che venivano riempite attraverso un secchio immerso nel pozzo. Venivano fabbricate dall'esperto ramaio che le forgiava a colpi di martello o di martelletto. La storia del “rame a Mussolini” fece scatenare i contadini che tenevano moltissimo a questi oggetti tipici, che, a volte, costituivano la loro unica proprietà.

In mancanza del pozzo, si cercava l'acqua al “fontino” più vicino o al pozzo di un'altra casa colonica, dove si andava a prendere con la botte o la damigiana. Per le bestie e per lavare si utilizzava la “cisterna” che raccoglieva l'acqua piovana. Se non c'era la cisterna, si raccoglieva l'acqua in una “pozza” scavata in terra. Per cercare le vene dell'acqua si ricorreva e si ricorre tuttora al rabdomante, il quale con il giunco (olivo/ornello) indicava dove scavare.

Utilizzazione dei residuati bellici

Tra gli oggetti del mondo contadino, ancora in vita fino a qualche decennio fa, troviamo la presenza di utensili e di attrezzi ricavati dai residuati bellici, che gli eserciti in lotta nel corso della seconda guerra mondiale lasciarono un po' in tutta la campagna toscana.

I contadini seppero infatti trovare ingegnose utilizzazioni per ogni specie di materiale che, dopo il passaggio del fronte, trovarono abbandonato nei loro campi. Le cassette metalliche porta-munizioni vennero usate negli orti come semenzai o come fioriere per gli “odori“; gli elmetti dei soldati caduti servirono per abbeveratoi per polli o, con l'aggiunta di un manico lungo di legno, furono utilizzati per attingere l'acqua dal pozzo o il concio dal bottino. Da certi contenitori cilindrici per razzi luminosi si ottennero recipienti per mangimi, mentre dalle lamiere dei carri armati distrutti si ricavarono longarine. I fili del telefono da campo servivano ottimamente per sostenere le viti ai pali, in sostituzione dei “salci” e gli stessi bossoli dei proiettili furono trasformati in vasi-portafiori, con cui addobbare gli altari e le “Madonnine“.