Civiltà Contadina

Il testo di queste pagine è tratto da “Valdichiana a Tavola” della Scuola Media Statale P. Berrettini di Camucia – Edizioni Luì

Civiltà Contadina in Valdichiana - La casa colonica

La casa contadina

La casa contadina aveva alcuni o molti vani: quelli abitati erano tutti al piano rialzato, mentre sotto vi erano le stalle e la cantina; in alcune c'era la colombaia, che serviva anche da magazzino.

Il focolare di una casa contadina Al piano abitato si presentava una grande cucina con un focolare posto ad un gradino più alto dell'impiantito della casa. Questo per metterci con facilità della grossa legna per cuocere molta roba, scaldare gran quantità di acqua per il bucato e il mangime delle bestie. Il focolare, inoltre, era l'unico modo di riscaldamento della cucina e della casa. All'interno della cucina si trovava l'acquaio, più o meno grande; sopra di esso le “brocquéle” di rame, sotto le tinozze e il catino.

Adiacenti alla cucina c'erano alcuni vani, detti camere, una per famiglia (tutti insieme, padre, madre, figli maschi e femmine). Quando non c'era la colombaia, una stanza fungeva da magazzino, dove si metteva un letto (per persone da fuori che venivano a dare una mano nel lavoro dei campi o per uno zio scapolo o una vedova ecc.). In questa stanza-magazzino, si tenevano gli arnesi che avevano bisogno di maggior cura: i vagli, la pala per la farina, le balle di farina, la macchina da cucire; vi si tenevano anche la bicicletta, i prosciutti, le salsicce, ecc.

Se la casa mancava del loggiato, all'interno della cucina c'era il forno, vicino al focolare. Se non era in cucina, era nel loggiato in cima alle scale. Il loggiato dava luce alla cucina, vi si appendevano pomodori, granturco, uva, saggina da seccare e vi si svolgeva parte della vita familiare: le donne a cucire o a rifare i materassi, a legare le scope di saggina, ecc.

Sotto il loggiato si riparavano le bestie, quando si staccavano; vi si depositavano arnesi, se ne costruivano di nuovi o si riparavano quelli vecchi; vi si facevano ceste, bigonci, ecc. Nella parte inferiore del loggiato si apriva la porta della stalla, che serviva solo agli uomini; le bestie infatti, uscivano da un'altra parte.

Accanto alla stalla, in uno stanzino detto “segatoio”, si preparava il foraggio. Questo ambiente era separato dalla stalla per proteggere le bestie che si potevano sciogliere e fare le bizze, e quindi tagliarsi col falcione o la coltella. Non c'era stanza che non avesse un altarino: S. Antonio messo nelle stalle a proteggere le bestie, magari in compagnia di qualche corno o fiocchetto rosso contro il malocchio, il Crocifisso dappertutto, come il patrono ed alcune Madonne.

Sul mettitutto, in cucina, si ponevano le fotografie della famiglia: quella del matrimonio (se c'era), del figlio soldato, le partecipazioni del morto e anche i “santini”.

Oggetti di cucina

Nulla era soltanto decorativo, ogni oggetto aveva la sua funzione. Alcuni oggetti non erano di uso quotidiano: si aspettava allora il giorno della battitura o della mietitura, quando si era in molti e si mettevano fuori quelle grosse pentole di smalto o di rame, o i tegami di coccio, che poi si ripulivano (con la rena, la “rinina”, o con aceto e sale) e dovevano aspettare in bella mostra in cucina uno sposalizio o un'altra battitura per essere usati di nuovo.

Alcuni oggetti tradizionali della cucina. All'interno della cucina faceva bella mostra di sé la madia o qualche volta la staccia. Nella parte inferiore della madia si tenevano i fiaschi e l'olio e nella parte superiore si faceva il pane. La staccia serviva per vagliare la farina, per separare farina bianca, crusca e tritello. Infatti, il grano si macinava al mulino ad acqua, però il mugnaio non aveva strumenti per raffinare la farina. In molti casi non si setacciava la farina ma si lasciava integrale e da questa derivava il “mesquelone”, un pane nero che riempiva di più e saziava con minori quantità. In questo caso la crusca e il tritello, oltre che per gli animali, venivano usati anche per la famiglia. Sopra la madia veniva posta la tramoggia che serviva per mettervi la balla della farina.

Fino a qualche decennio fa, le donne facevano ancora manualmente il pane nella madia, utilizzando la “madre” rimasta nella madia dalla panificazione della settimana precedente. Occorrevano pazienza e fatica per sfornare un buon pane. La sera prima si faceva la “gliévata” cioè si scioglieva la “madre” con un po' di acqua tiepida e farina. Al mattino presto la massaia impastava la “gliévata” con la farina e formava i pani, che poneva sull'asse di legno a lievitare, dopo averli ricoperti con un telo. Nel frattempo, si scaldava il forno e, quando esso aveva raggiunto il giusto grado di temperatura, si infornavano i pani. Una volta ripulita la madia, il pane fresco vi trovava posto per otto giorni.

Oltre alla madia, oggetti tradizionali della cucina erano la pentola di coccio o di terracotta, detta “pignatto” e il paiolo di rame, che serviva per la polenta o per la pasta. Era un paiolo più piccolo, mentre in uno più grande si cuoceva il pastone per i vitelli o per i maiali.

Per attingere l'acqua si usavano le brocche o mezzine di rame; più tardi si passò alle pentole di smalto. La padella di latta o di stagno serviva per i mogliecci e le frittate, il padellino per i soffritti. Le pentole e i ramaioli si tenevano sull'“attaccaglino”, una stecca lunga di legno con dei ganci, dove venivano attaccati i rami. I piatti invece erano collocati sulla “piattèa”.