L'Abbazia di Farneta
Farneta
è una frazìone del vasto Comune di Cortona, in Provincia di Arezzo
(Toscana); la Chiesa è a 317 m di altitudine s.l.m. e la Parrocchia
(compresa quella di Cignano, soppressa ed annessa a Farneta il
23
Settembre 1986) si estende per 31 Km quadrati di superficie, ma
con soli 650 abitanti (200 famiglie) per lo spopolamento delle
campagne
nel secondo dopoguerra.
L'Abbazia di Fameta (da "farnia" o quercia gentile) fu fondata dai
Monaci Benedettini "Prega e lavora", tra il IX e X secolo, e dedicata
- come gran parte delle Chiese più antiche della Cristianità - alla
Madonna, da noi sotto il titolo dell'Assunta: "Il nome dei bel fior
ch'io sempre invoco / e mane e sera" (Dante 3, 23, 88). Successivamente,
divenne madre di un centinaio di Monasteri e Chiese in ben sette
Diocesi. (Abate, dall'ebraico abbù, cioè "padre").
Nel Cinquecento, dopo la parentesi degli Abati Commendatari - che,
come dì solito, causarono la partenza dei Benedettini - subentrarono
i Monaci Olivetani (Monte Oliveto Maggiore, Siena), e, nel 1780,
IPreti secolari della Diocesi di Cortona (ed io sono qui dall'8
settembre 1937).
La Chiesa preromanica ha la forma a "T" (tau), croce latina senza
il capo, ed è "orientata" ,ossia - secondo l'antica prassi - con
le absidi (rotondità) rivolte ad Oriente (il sole, la luce, il Redentore).
Purtroppo, fu mutilata con l'abbattimento della metà (14 m) della
navata longitudinale alla fine del Settecento, e della torre campanaria
ai primi dell'Ottocento (si osservi il disegno dei 1750 presso il
registro per la firma dei visitatori). Nel 1923, poi, fu perpetrato
lo scempio dell'abbattimento, nel transetto, della singolare - e,
forse, unica nella storia dell'arte - struttura absidale, combaciante
perfettamente con la sottostante struttura icnografica della Cripta.
La Chiesa preromanica ha la forma a "T" (tau), croce latina senza
il capo, ed è "orientata" ,ossia - secondo l'antica prassi - con
le absidi (rotondità) rivolte ad Oriente (il sole, la luce, il Redentore).
Purtroppo, fu mutilata con l'abbattimento della metà (14 m) della
navata longitudinale alla fine del Settecento, e della torre campanaria
ai primi dell'Ottocento (si osservi il disegno dei 1750 presso il
registro per la firma dei visitatori). Nel 1923, poi, fu perpetrato
lo scempio dell'abbattimento, nel transetto, della singolare - e,
forse, unica nella storia dell'arte - struttura absidale, combaciante
perfettamente con la sottostante struttura icnografica della Cripta.
La Pila Acquasantiera, in pietra arenaria, a forma di conchiglìa,
è dei Cinque- Seicento, ed ha sostituito, recentemente, quella,
artisticamente e storicamente più interessante, formata da due capitelli
romani, corinzio e composito, in marmo, ora nel nostro piccolo Museo
a seguito di una telefonata anonima, che mi preavvisò (dice Don
Sante Felice) della venuta dei ladri: questi (od altri), poi, nella
notte del 15 ottobre 1991, penetrarono nel Museo, ma furono messi
in precipitosa fuga dall'urlo delle sirene dei dìspositivo d'allarme.
Le classiche foglie di acanto, fregio dei due capitelli, si possono
ammirare, in botanica, nelle piante che sto allevando nel chiostro.
Il Fonte Battesimale, in arenaria, è dei 1712 - periodo olivetano
- , a forma esagonale su paraste. La tela coi Battesimo di Gesù,
datata settembre 1893, è di D. Martini.
Togliendo
gli intonaci (per meglio leggere le strutture, e tornando al Cinquecento,
quando la Chiesa non era "né intonacata né imbiancata"), vennero
alla luce le monofore originali (richiudemmo le finestre abusive
rettangolari), alcuni capitelli, il coperchio di un'urna cineraria
etrusca in travertino a destra nella navata centrale e degli archì
goticheggianti dovevano dare accesso a navatelle o cappelle laterali,
verso il 1200, e, queste scomparse, accecati, cioè tamponati con
muratura.
Le vetrate istoriate, della Ditta Armando Bruschi, di Firenze, raffigurano:
quella dell'abside centrale, i simboli eucaristici, spighe di grano
e grappoli d'uva, e l'altra sulla faaciata San Michele Arcangelo,
che ideai, nel 1943, per ricordare il capitano pilota della zona
Michele Casucci, morto a Sfax in Tunisia, nella seconda guerra mondiale.
Nel transetto o navata trasversale, nello spazio interabsidale,
sulla sinistra, ho collocato (dice) ritorno alle origini liturgiche
-il Tabernacolo del SS.mo Sacramento, in pietra arenaria, rinascimentale,
opera di uno scalpellino che non sapeva di essere scultore, ma lo
era, non concependosi, in passato, l'artigianato se non era arte,
come ci conferma il simpatico epigramma di Giuseppe Giusti a Gino
Capponi: "Gino mio, l'ingegno umano / partorì cose stupende / quando
l'uomo ebbe tra mano / meno libri e più faccende", ma, agli studenti
che qui affluiscono, raccomando di amare i libri, fonte dei sapere,
solo che quel riferimento poetico ci vuole ricordare che molti pittori
e scultori, maestri nella loro arte, erano illetterati o semianalfabeti,
come si può riscontrare anche nelle didascalie della bella Via Crucis
(ora nel Museo).
Sempre nel transetto, a destra, vennero alla luce tre affreschi,
il maggiore dei quali, con la data, in alto, "Febbraio 1527" mostra
la Madonna di Loreto con i Santi Rocco e Sebastiano, gruppo devozionale
contro le pestilenze, ed è opera del pittore di Cortona, Tommaso
Bernabei, detto il Papacello, che affrescò anche il "Palazzone Passerini"
nei pressi di Cortona; il secondo, Santa Lucia, vergine e martire,
protettrice della vista, di Siracusa, in Sicilia, il cui corpo,
trafugato dai navigatori veneziani, si conserva nella loro città;
il terzo è San Pietro martire (il primo martire dei Frati Domenicani),
ucciso a Seveso e sepolto in Sant'Eustorgio, a Milano.
Nell'altare accanto, si ammiri il bell'altorilievo in bronzo, con
la Deposizione di Gesù dalla croce: mi fu donato dalla cara Maria
Doglio ved. Polvani, di Milano (Dio l'abbia in Paradiso!), quando
lo tolse dalla tomba del marito, esumandone la salma nel Cimitero
Maggiore dì Milano. E' opera dello scultore Mario Biglioli, di Milano:
arte moderna, ma ,di quella leggibile: le pie donne che piangono;
la Madonna, impietrita dal dolore; "San Giuseppe d'Arimatea, che
era discepolo di Gesù, ma di nascosto per timore dei Giudei" (Giovanni
19,38): morto Gesù, prende il coraggío a due mani e si fa consegnare
dal Governatore romano, Ponzio Pilato, il corpo di Cristo, che seppellisce
nella propria tomba nuova scavata nella roccia, dove avviene, poi,
la Risurrezione; San Giovanni apostolo, che l'aiuta a sorreggere
il corpo dei Signore; e, infine, Santa Maria Maddatena: discepola
fedelissima di Cristo, assiste alla sua morte sul Calvario, e -onore
per le donne! annunzia, per prima: Cristo è risorto. Alieluia! cioè
Lodate il Signore! Le statue dei Santi Pìetro e Paolo sono copie
(del ceramista fiorentino Carlo Reggioli) delle originali conservate
nel Museo.
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