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Abitazioni e Case della Comunità

LE CASE DELLA COMUNITA' FUORI DALLE MURA DELLA CITTA'
Fuori delle mura nei dintorni della città sono ricche di interesse storico ed artistico le seguenti:

(XIII secolo) EREMO FRANCESCANO DELLE CELLE Nel corso della sua peregrinazione evangelica, Francesco d'Assisi venne a Cortona nel 1211. La sua predicazione carismatica attrasse una piccola Comunità di cui facevano parte Guido da Porta Colonia, Vito, e, secondo il Wadding, annalista francescano del '700, Frate Elia ed altri. La Comunità si stabilì in questa località chiamata sin da allora con il toponimo "Celle", dove nella insenatura della montagna esistevano delle piccole abitazioni di eremiti o di contadini e dove c'era una chiesetta retaggio dell'invasione longobarda dedicata all'Arcangelo San Michele. La Comunità delle "Celle" fu visitata diverse volte da San Francesco nel corso della sua vita e delle sue peregrinazioni e l'ultima volta vi soggiornò nell'estate del 1226, pochi giorni prima della sua morte. Allora era in compagnia di Frate Elia che lo aveva fatto curare a Siena e lo assisteva adesso in questo luogo di pace e di riposo. Elia, dopo la morte di Francesco, avvenuta ad Assisi il 4 ottobre 1226, si ritirò a Cortona nel 1239 e, terminata la chiesa di San Francesco, di cui fu l'ideatore ed il costruttore, radunò la Comunità francescana nel convento costruito accanto alla chiesa, ma non dimenticò le "Celle" dove Francesco aveva radunato i primi frati, dove avevano vissuto e pregato Guido e Vito, dove secondo la tradizione era passato Antonio da Padova.
Elia infatti apportò a quest'eremo di pace notevoli restauri e ne assicurò la proprietà alla stessa comunità francescana. Dopo la morte a Cortona di Frate Elia nel 1253 e le complesse vicende dell'Ordine Francescano, nell'eremo si instaurò una comunità di "Spirituali" o "Fraticelli" che furono cacciati nel 1363 dopo la scomunica rivolta a loro dal papa Giovanni XXII. Le "Celle" iniziarono un periodo di abbandono e di rovina che ebbe termine nel 1537 quando il vescovo Bonafede concesse la proprietà alla comunità dei Cappuccini, uno dei tre rami in cui si erano divisi i "Francescani" la cui regola era stata approvata nel 1528. I Cappuccini, nel rispetto costante di fedeltà all'ambiente, ampliarono notevolmente il convento e nel 1634 costruirono una nuova chiesa in sostituzione della diruta chiesetta di San Michele Arcangelo. La chiesa fu dedicata a Sant'Antonio da Padova ed è nello stile umile e semplice delle chiese cappuccine, con gli altari di legno senza preziose opere d'arte. Il "Fosso dei Cappuccini" antistante il convento è attraversato da tre ponticelli di cui il più antico, quello di mezzo, è detto il ponte "Barberini" perché fatto costruire tra il 1594 ed il 1596 dal novizio cappuccino Antonio Barberini. Interessante è la figura di questo frate cappuccino, studente alle "Celle" e fratello del papa Urbano VIII da lui poi fatto cardinale nel 1624. Nel contesto dell'amore sviscerato per il potere, le ricchezze e gli onori che costituì la caratteristica principale in quel secolo di quasi tutti i membri della famiglia Barberini, in particolare del nipote Antonio junior anche lui cardinale, che commissionò a Pietro da Cortona le pitture del palazzo in via Quattro Fontane a Roma, il temperamento di questi fu invece tanto ascetico da voler essere sepolto a Roma nella chiesa dei cappuccini dove lo ricorda una sola scritta anonima che dice "Hic iacet pulvis cinis et nihil" (Qui dentro non c'è altro che polvere e cenere). L'ultimo ponte a valle è detto del "Granduca" perché fatto costruire dal granduca Giangastone Medici nel 1728.

 

 

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