Il vino e la vite
LA
VITE
Autorevoli studiosi sostengono
che i vocaboli WOIN e WAIN dai quali sarebbero derivati il greco
OINOS, e quindi il latino VINUM, siano forme della stessa antichissima
parola, anteriore alla suddivisione dei popoli indioeuropei e semitici.
Non si sa esattamente quale sia la patria d'origine della pianta
sacra a Bacco (VITIS VINEFERA SATIVA) e nemmeno si sa se discenda
dalla vite silvestre, che era selvatica e cresceva in forma selvaggia,
con tronchi molto robusti e tralci grossi come rami. Invece, studi
paleontologici hanno dimostrato che la painta era già diffusa
sul nostro pianeta prima della comparsa dell'uomo.
Sicuramente la vite costituì un incentivo per far abbandonare
all'uomo la vita nomade, inducendolo a stabilirsi in luoghi collinari
ameni per seguire il ciclo che dura tutto l'anno prima che l'uva
giunga a maturazione e sia pronta ad essere trasformata prima in
mosto e poi in vino.
La leggenda attribuisce l'invenzione
del vino a Noè, che sarebbe stato anche il protagonista della
prima ubriacatura, suscitando le apprensioni dei figli. Pur non
potendosi sostenere a fondo questa tesi, resta a suo favore il fatto
che il vino si produce ancora, se non proprio alle pendici del Monte
Ararat, almeno in quel grande centro semitico che era allora la
Transcaucasia.
Da questa terra la vite sarebbe passata nella Tracia; poi, ad opera
dei navigatori fenici, dalla Siria alla Graecia, da questa all'Italia
ed, infine, nella Gallia e nel centro Europa, fino ai limiti climatici
di coltivazione, dopo esservi stata portata dai legionari romani.
Del resto i documenti attestano la presenza della vite in Egitto,
in Mesopotarnia, a Creta, oltre che in Grecia. Per quanto riguarda
l'Italia va ricordato che essa era chiamata ENOTRIA o ENOTRIA TELLUS,
cioè "terra dei vino"; si dice fosse un pioniere
greco, di nome Enotrio, a colonizzare una zona compresa tra la Basilicata
e la Calabria e ad impiantarvi le prime barbatelle che provenivano
dall'Egeo. Infatti gli Enotri occupavano la parte meridionale della
Penisola corrispondente a quelle regioni.
Piano piano la vite si diffuse in Sicilia, in Puglia, in Campania,
in Toscana, nel Lazio fino ad arrivare all'antica Rezia, una vasta
regione che abbracciava il Trentino, la Valtellina, il Friuli. Un
insigne studioso del vino, Giovanni Dalmasso, ha formulato l'ipotesi
che la vite esistesse in Toscana prima della comparsa dell'uomo.
E, trovandola, gli Etruschi, colonizzatori dell'entroterra toscano
e probabili primi abitatori delle zone del Chianti, l'avrebbero
"addomesticata" da selvatica che era. Quindi, non sarebbero
stati i navigatori fenici a portare la pianta in Toscana, do\,e
esisteva già: lo proverebbero i reperti di travertino affiorati
nella zona di San Vivaldo, dove furono ritrovate impronte fossili
della "vitis vinifera", l'antenata della vite nostra,
che cresceva spontanea. Il vino "miele del cuore" come
lo definisce Omero, era bevuto dagli Etruschi nella "patera",
una coppa ovoidale, con due manici per poterla portare alle labbra,
in uso ben sette secoli prima di Cristo. Gli Etruschi preferivano
il vino "pretto", cioè naturale, mentre Greci e
Romani lo mischiavano con l'acqua, infusi di erbe o miele ("mulsum").
I Romani aggiungevano al vino anche la pece o la resina (vinum picata).
Ancora oggi i Greci bevono un vino con aggiunta di resine che si
chiama RESTINA, spalmandone anche i trecipienti.ecipienti. Nella
vendemmia l'uva veniva messa in grosse tinozze, che servivano sia
per il trasporto che per la pigiatura, eseguita con i piedi o nel
vigneto stesso o sotto il porticato della fattoria. Il nostro si
raccoglieva in una cisterna in muratura o in un recipiente di terracotta,
lacus vinarius". Dal "lacus" veniva passato in recipienti
appositi di terracotta detti "dolia", e più tardi
anche di legno, "cupae" (botti), dove compiva la sua fermentazione.
Dai "dolia" veniva travasato nelle anfore d'argilla, che
poi erano chiuse con la pece. Sulle anfore si scriveva il nome dei
consoli dell'anno in cui il vino era stato fatto.
La conservazione avveniva nella cantina sotterranea o, al pianterreno,
nella cella vinaria.
Quando la preparazione di vini divenne più raffinata, il
vino pregiato fu portato dalla cella vinaria al piano superiore
della casa, nelle stanze chiamate APOTHECAE, situate sopra i bagni
e le cucine e che dovevano comprendere un ambiente, il "Tumanitun",
invaso dal fumo, dove il vino giovane veniva tenuto per un po' di
tempo, finito il quale, passava in un altro ambiente, senza fumo,
dove compiva il suo invecchiamento. Durante il Medioevo, il vino
era considerato sotto l'aspetto liturgico, terapeutico e ludico,
oltre a quello propriamente alimentare.E' nota l' importanza del
vino nel culto cristiano, dove assunse quel carattere mistico?sacrale
(il vino come "sangue di Cristo"), che contribui a valorizzarlo
socialmente ed a favorire la coltivazione dell avite in zone clirnatiche
proibitive. Il valore sacrale del vino, del resto, non era esclusivo
del cristianesimo: anche i culti pagani, rimasti profondamente radicati
nella cultura popolare, ne facevano ampio uso in quelle bevute rituali,
di cui sono rimasti scarsi documenti.
Il valore terapeutico del vino era affermato dalla Scuola Salernitana,
che faceva di questa bevanda la base per la preparazione di molti
farmaci. E farmaco era lo stesso vino che per il suo contenuto di
alcool era una bevanda igienicamente sana e funzionava da antisettico,
limitando il diffondersi di tante epidemie, che nell'acqua trovavano
un eccellente veicolo di propagazione. Naturalmente, era considerato
una panacea per tutti i mali. Fiducia che è durata fino a
pochi anni fa, quando problemi di ipertensione o di obesità
lo hanno collocato tra gli alimenti pericolosi. Inoltre, il vino
era inteso sotto l'aspetto ludico come forma di evasione; ad ogni
livello sociale. La bevuta con gli amici, a casa o all'osteria,
era un gradito momento di distrazione che tutti si potevano concedere.
Il vino copriva tutte le funzioni più tardi assunte dalla
miracolosa "acqua vitae" o dai liquori, quando si cominciò
a distillare l'alcool.
L'invecchiamento del vino cominciò nel settecento, quando
l'invenzione del turacciolo di sughero, accoppiato alla bottiglia
di vetro,già in uso da qualche secolo, permise di conservarlo.
Fino ad allora, il vino veniva protetto da un leggero strato d'olio
e il collo del recipiente era poi coperto con una pezzola o con
della carta oleata; accorgimenti che non bastavano a garantire la
conservazione.
|