La casa colonica
LA
CASA CONTADINA
La casa contadina aveva alcuni o molti
vani: quelli abitati erano tutti al piano rialzato, mentre sotto
vi erano le stalle e la cantina; in alcune c'era la colombaia, che
serviva anche da magazzino.
Al piano abitato si presentava una grande cucina con un focolare
posto ad un gradino più alto dell'impiantito della casa.
Questo per metterci con facilità della grossa legna per cuocere
molta roba, scaldare gran quantità di acqua per il bucato
e il mangime delle bestie. Il focolare, inoltre, era l'unico modo
di riscaldamento della cucina e della casa.
All'interno della cucina si trovava l'acquaio, più o meno
grande; sopra di esso le "brocquéle" di rame, sotto
le tinozze e il catino.
Adiacenti alla cucina c'erano alcuni vani, detti camere, una per
famiglia (tutti insieme, padre, madre,
figli maschi e femmine). Quando non c'era la colombaia, una stanza
fungeva da magazzino, dove si metteva un letto (per persone di fuori
che venivano a dare una mano nel lavoro dei campi, o per uno zio
scapolo o una vedova ecc.).
In questa stanza?magazzino si tenevano gli arnesi che avevano bisogno
di maggior cura: i vagli, la pala per la farina, le balle di farina,
la macchina da cucire; vi si tenevano anche la bicicletta, i prosciutti,
le salsicce, ecc.
Se la casa mancava del loggiato, All'interno della cucina c'era
il forno, vicino al focolare. Se non era in cucina, era nel loggiato
in cima alle scale.
Il loggiato dava luce alla cucina, vi si appendevano pomodori, granturco,
uva, saggina da seccare e vi si svolgeva parte della vita familiare:
le donne a cucire o a rifare i materassi, a legare le scope di saggina,
ecc.
Sotto il loggiato si riparavano le bestie, quando si staccavano;
vi si depositavano arnesi, se ne costruivano di nuovi o si riparavano
quelli vecchi; vi si facevano ceste, bigonci, ecc.
Nella parte inferiore del loggiato si apriva la porta della stalla,
che serviva solo agli uomini; le bestie infatti, escono da un'altra
parte. Accanto alla stalla, in, uno stanzino detto "segatoio",
si preparava il foraggio. Questo ambiente era separato dalla stalla
per proteggere le bestie che si potevano sciogliere e fare le bizze,
e quindi tagliarsi col falcione o la coltella. Non c'era stanza
che non avesse un altarino: S. Antonio messo nelle stalle a proteggere
le bestie, magari in compagnia di qualche corno o fiocchetto rosso
contro il malocchio, il Crocifisso dappertutto, come il patrono
ed alcune Madonne.
Sul mettitutto, in cucina, si ponevano le fotografie della famiglia:
quella del matrimonio (se c'era), del figlio soldato, le partecipazioni
del morto e anche i "santini".
OGGETTI
DI CUCINA
Nulla era soltanto decorativo, ogni oggetto
aveva la sua funzione. Alcuni oggetti non erano di uso quotidiano:
si _aspettava allora il giorno della battitura o della mietitura,
quando si era in molti e si mettevano fuori quelle grosse pentole
di smalto o di rame, o i tegami di coccio, che poi si ripulivano
(con la rena, la "rinina" o con aceto e sale) e dovevano
aspettare in bella mostra in cucina uno sposalizio o un'altra battitura
per essere usati di nuovo.
All'intemo della cucina faceva bella mostra di sé la madia
o qualche volta la staccia. Nella parte inferiore della madia si
tenevano i fiaschi e l'olio e nella parte superiore si faceva il
pane. La staccia serviva per vagliare la farina, per separare farina
bianca, crusca e tritello. Infatti, il grano si macinava al mulino
ad acqua, però il mugnaio non aveva strumenti per raffinare
la farina. In molti casi non si setácciava la farina ma si
lasciava integrale e da questa derivava il "mesqueIone",
un pane nero che riempiva di più e saziava con minori quantità.
In questo caso la crusca e il tritello, oltre che per gli animali,
venivano usati anche per la famiglia.
Sopra la madia veniva posta la tramoggia che serviva per mettervi
la balla della farina.
Fino a qualche decennio fa, manalmente ancora facevano il pane nella
madia, utilizzando la "madre" rimasta nella madia dalla
panificazione ?della settimana precedente. Occorrevano pazienza
e fatica per sfornare un buon pane. La sera prima si faceva la "gliévata"
cioè si scioglieva la "madre" con un po' di acqua
tiepida e farina. Al mattino presto la massaia, impostava la "gliévata"
con la farina, e formava i pani, che poneva sull'asse di legno a
lievitare, dopo averli ricoperti con un telo. Nel frattempo, si
scaldava il forno e, quando esso aveva raggiunto il giusto grado
di temperatura si infornavano i pani.
Una volta ripulita la madia, il pane fresco vi trovava posto per
8 giorni.
Oltre alla madia, oggetti tradizionali della cucina erano la pentola
di coccio o di terracotta, detta "pignatto" e il paiolo
di rame, che serviva per la polenta o per la pasta. Era un paiolo
più piccolo questo; in uno più grande si cuoceva il
pastone per i vitelli o per i maiali.
Per attingere l'acqua si usavano le brocche o mezzine di rame; più
tardi si passò alle pentole di smalto. La padella di latta
o di stagno serviva per i mogliecci e le frittate, il padellino
per i soffritti.
Le pentole e i ramaioli si tenevano sull?attaccaglino", una
stecca lunga di legno con dei ganci, dove venivanoivano attaccati
i rami. I piatti invece erano collocati sulla "piattèa".
LA CANTINA
Era situata, al pianterreno, nella parte
più fresca della casa, nell'angolo dove il sole batte di
meno.
In cantina si trovavano i tini, le tinelle, le damigiane, i barili,
a volte anche. gli ziri dell'olio. L'olio però, più
spesso era custodito in casa, nella stanza?magazzino, Itini erano
grossi e vi si metteva l'uva a fermentare (bollire); i tinelli,
di solito a tre gambe, servivano per fare il vino bianco e l'acquarello,
a base di vinaccia e acqua. La tinella era un tino che si metteva
sul carro nel periodo della vendemmia, legato con un canapo.I bigoni
o bigonci erano posti lungo i filari per metterci l'uva e pestarla
con il "pistone" di legno. Nel periodo della svinatura
il vino passava direttamente dal tino al barile, che serviva a misurare
la quantità di vino. Una volta invecchiato il vino veniva
versato nelle damigiane e da queste nei fiaschi. Per il vinsanto
e il vino dolce si adoperavano uve scelte, fatte bollire nel tinello
e travasate nel caratello
La vinaccia con molte tracce di vino, veniva trasportata con i bigoni
dal tino al "primitoio", dove con apposite presse si stringeva
ancora producendo dell'altro vino.
Per pulire le botti o le damigiane era usato lo zolfo, che si faceva
sciogliere in un pentolino, in cui, poi, si immergevano delle strisce
di stoffa. Quando queste ne erano imbevute, si ponevano nella botte
per disinfettarla, dopo averla lavata con acqua.
La disinfezione delle botti veniva realizzata, anche in questo modo:
lo zolfo era messo in un "coppo" (usato nella fabbricazione
dei tetti), dove era acceso e poi posto dentro la botte o la damigiana
che veniva subito chiusa.
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