I giorni di festa nel passato
VITA
IN MONTAGNA
Nel corso delle interviste è emerso
con chiarezza che la gastronomia (se così può chiamarsi)
degli abitanti delle nostre montagne cortonesi differiva in modo
abbastanza notevole rispetto e quella della Valdichiana vera e propria.
Abbiamo deciso di avere più informazioni, tenendo conto che
nei decenni passati tutte le zone a ridosso di Cortona erano molto
popolate e quindi è giusto indagare sulle abitudini di vita
anche di questa vasta parte di territorio del nostro Comune.
Le notizie che seguono sono desunte da una lunga intervista effettuata
ad un'anziana Signora, che preferisce conservare l'anonimato, abitante
da giovane sui monti a ridosso della Val di Pierle.
I suoi ricordi, che risalgono al periodo della adolescenza, ci riportano
pertanto agli anni intorno al 1915?20.
E' stato opportuno "tradurre" in italiano il dialetto
locale, per renderlo comprensibile.
Ma abbiamo lasciato, laddove era possibile, i termini e le frasi
dialettali perché originali ed anche più densi di
significato.
La prima osservazione da fare è che, contrariamente a quanto
avveniva in campagna, i contadini della montagna non cambiavano
molto le loro abitudini tra estate ed inverno, restando inalterato
il numero dei pasti e la qualità del cibo, ad eccezione delle
castagne che, ovviamente, venivano mangiate in inverno.
Vediamo quindi di che cosa ci si nutriva agli inizi del'900 durante
una giornata di lavoro in montagna.
Mattino
Al sorgere del sole, uomini e donne si recavano a far legna nel
bosco o a lavorare nei campi; i ragazzi (niente scuola ovviamente!)
andavano a "parè" (pascolare) le pecore.
L'unico cibo per la colazione
era, quando c'era, un po' di torta di granturco avanzate la sera
prima, oppure mettevano, gli uomini in tasca e le donne in (grembiule),
qualche "balocia" (castagna lessata) da mangiare strada
facendo.
Mezzogiorno
Va fatta una distinzione tra estate ed inverno.
D'estate infatti il pasto quasi sempre veniva consumato
nei campi: era la massaia che lo portava in una cesta collocata
sopra la testa, magari portandosi per mano i bambini più
piccoli che non potevano esser lasciati soli a casa.
D'inverno invece, data anche la stagione cattiva ed il diverso tipo
di lavoro, si tornava a mangiare a casa.
li cibo in entrambi i casi era il seguente: fagioli (bianchi,neri,
dei generi più svariati), favetta (piccole fave allora coltivate)e
molte patate: lesse, sotto la brace, il "moglieccio" (pasticcio
di patate riscaldate con un po' di strutto ed aglio in un tegame,
con aggiunta di finocchio).
Cena
L'orario variava tra estate ed inverno perché per i
contadini è sempre stato il sole a scandire i ritmi di
vita.
La cena doveva essere il pasto principale, ma anch'esso era anugualmente
misero. Era costituito dai cibi seguenti o meglio,da uno di questi,
alternati secondo le stagioni o le possibilità economiche:
?Minestra con qualche verdura e, se possibile, pochi fagioli. La
pasta era costituita da "tagliolini" confezionati dalla
massaia solo con acqua e farina. Si precisa: senza uova!
Farinata di granturco in padella.
Si preparava rapidamente: in una padella si metteva un po' di acqua
e sale e quando l'acqua bolliva si la farina di granturco, mescolando
bene.
Si lasciava cuocere un pò fino che si era ritirata alquanto:
Farinata di grano
Era considerata "per benestanti" perché la farina
di
grano era abbastanza rara in montagna a quei tempi.
Stesso modo di cottura della precedente, ma al termine si poteva
aggiungere un po' d'olio.
-Insalèta di greppi" ("rapongili, erba bianchella
ecc..")
condita con sale, aceto e poco olio.
-Torta di granturco (vedi ricetta a parte)
- Zucca secca
Soprattutto d'inverno, questa poteva esser consumata in
due modi:
Zucca in umido
Si spaccavano le comuni zucche per i suini, si toglievano i semi
e La buccia esterna e si tagliavano a pezzetti. In un tegame (per
lo più in coccio) si metteva a soffriggere della cipolla
con dello strutto (meglio olio) e quindi si versava dentro la zucca.
Si aggiungeva poi acqua a coprire e si lasciava bollire fino alla
cottura.
Dice che la zucca così preparata sia buona: provare per credere!
Zucca arrosto
La zucca, spaccata e pulita come sopra, veniva fatta a pezzetti
piuttosto grossi e messa sopra la brace per essere arrostita.
- Castagne: lesse, arrosto, secche.
Erano per i "montagnini" il pasto base dell'inverno e
fino a primavera inoltrata, dato che si conoscevano molti modi per
la loro conservazione.
Due in particolare:
1) Per mantener 'Tresche" le castagne si scavava una buca larga
e profonda nel terreno, si riempiva di castagne e si ricopriva di
acqua. Sembra strano ma duravano a lungo.
2) Per conservarle secche, anticamente quando ancora i contadini
non avevano a disposizione neppure i forni a legna, le castagne
venivano lasciate essiccare in una stanza.
L'operazione di "sbucciatura" fatta a quei tempi merita
di essere ricordata.
Era tradizione che tale lavoro venisse fatto il sabato santo ed
era compito degli uomini.
Si radunavano in una decina.
Questi usavano calzare uno zoccolo per ciascuno, di legno, con sotto
dodici "spunzoni". Con tali zoccoli cercavano di mondare
le castagne.
Considerando che dovevano stare in equilibrio su un solo piede,
si usava attaccare tutto intorno alla stanza una corda posta ad
altezza giusta per potervisi appoggiare.
Terminata l'operazione di sbucciatura con i piedi, le castagne venivano
ammucchiate. Poi, con uno speciale "crovello" le conciavano:
le castagne pulite restavano dentro, mentre le bucce cadevano per
terra.
... E la Domenica?
Il cibo della domenica, agli inizi del'900 nelle case di montagna,
non era certamente molto diverso da quello dei giorni feriali. L'unica
variante a pranzo era rappresentata da una pastasciutta: tagliatelle
fatte in casa, ma purtroppo senza uova.
Il sugo era semplicissimo: odori rosolati in un po' di strutto con
aggiunta di conserva di pomodoro.
Ma per le famiglie più povere anche la sola pastasciutta
era senz'altro cibo proibito.
Il cibo per le ''fatighe"
D'estate, quando il lavoro dei campi si faceva molto pesante, c'era
la necessità di nutrirsi in modo un po' più sostanzioso.
Cosi' anche i contadini della nostra montagna, sempre agli inizi
del'900, si concedevano qualche pasto in più.
Tre erano i momenti particolari: la mietitura, "I'ardunatura"
e la "battitura" del grano.
? La mietitura
Il lavoro nei campi iniziava all'alba e continuava fin oltre il
tramonto del sole, con una pausa più o meno lunga a mezzogiorno,
a seconda di come il sole picchièe".
Ma i pasti, allora, restavano sempre e soltanto tre.
Al mattino, ci si accontentava degli avanzi (si comprende miseri)
della sera precedente.
Magari, cammin facendo, si sgranocchiava un po' di torta di granturco.
A mezzogiorno, quando i campi da mietere erano vicini, i contadini,
ritornavano a casa per mangiare, altrimenti era la massaia a portarglielo.
Si stendeva per terra una tovaglia di telaio, vi si disponevano
le poche stoviglie e ciascuno si serviva senza farsi molto pregare,
dato l'appetito
Ciascuno aveva il suo piatto e la sua forchetta, ma il coltello
era unico e pochissimi i bicchieri, senza troppi riguardi per l'igiene.
Si mangiava pastasciutta.
I più poveri dovevano accontentarsi delle tagliatelle'senza
uova con sugo finito o come qualcuno, scherzandoci sopra, diceva:
"col cuniglio'ntu la stalla". I più abbienti (si
fa per dire) potevano permettersi il sugo con il coniglio "stufeto".
A cena, oltre alla immancabile insalata di campo, si poteva aggiungere
della frittata.
? L' "ardunatura".
Il lavoro consisteva nel riportare "1e manne" (i covoni
di grano) nell'aia, trasportandoli sui carri o trègge tirati
da buoi.
Si iniziava prestissimo, appena arrivava un filo di luce, quindi
dalle tre di notte circa.
E ciò per non dover
lavorare poi quando avrebbe fatto troppo caldo.
Lavoro veramente massacrante questo che richiedeva un cibo abbondante.
E a mangiare cominciavano presto.
Infatti alle quattro di mattina facevano "lo sdigiunino"
con "torquolo" e vinsanto.
Verso le ore 9 c'era la colazione: salame, prosciutto, formaggio
pecorino (produzione propria) con ciaccia di granturco o, solo chi
poteva, pane nero. In genere il lavoro terminava dopo mezzogiorno
e si concludeva con un buon pranzo.
La pastasciutta con la carne di pollo o di coniglio non mancava
mai.
La battitura".
Per la battitura, ricordano gli anziani, "se sfarzèa"
(ci si dava allo sfarzo).
Il menù era veramente completo ed abbondante.
Prima di tutto il solito "sdigiunino" con "torquolo
e vinsanto.
Verso le ore 9 una colazione che ci appare oggi del tutto particolare:
soffritto di interiori di agnello con patate.
Ecco la ricetta:
In un tegame mettevano a soffriggere con olio e cipolla gli interiori
di agnello fatti a pezzetti, le patate ed inoltre del sangue di
agnello coagulato, lessato in precedenza e poi affettato.
Si lasciava bollire finché il tutto era cotto.
Ma la vera festa era al termine.
Il pranzo, dati i tempi, si può considerare luculliano. Si
iniziava con minestra in brodo di "ciucio" e gallina.
Il lesso poi veniva mangiato con contorno costituito da "pan
del garzone" (vedi ricetta).
Seguiva la pastasciutta a volontà: tagliatelle con le uova
e sugo di carne di agnello.
Ancora carne di agnello, questa volta arrosto, con contorno di insalata.
Infine torquolo e vinsanto.
Appare abbastanza chiaramente che, per tale occasione' i contadini
ammazzavano un agnello e ne mangiavano tutte le parti.
La battitura di cui parliamo era quella eseguita "a braccia",
poiché le trebbiatrici in montagna arriveranno molti decenni
dopo, anche perché le strette e tortuose strade di lassù
non permettevano a tali macchine di giungere nelle aie.
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