I giorni di festa nel passato
I
GIORNI "ACCORDEVEGLE" (DI FESTA) IN PIANURA
I menù dei giorni di festa non
erano molti, nel corso dell'anno, i giorni che venivano sottolineati
con particolare abbondanza di cibi. Se si escludono i periodi dedicati
ai grandi lavori (mietitura, trebbiatura, vendemmia), che vedevano
la presenza di commensali non appartenenti alla famiglia, coi quali
bisognava far bella figura, le ricorrenze in cui si mangiava in
modo molto più ricco del solito erano il Natale, il martedi
grasso (chiamato carnevale) e la Pasqua. Le notizie che daremo sono
state fornite da anziani che abitano la pianura antistante Camucia.
Ci piace mensionare in particolare una Signora oggi novantaduenne
(la chiameremo Nonna Leonilda), che ricorda con eccezionale freschezza
gli anni della sua gioventù.
Non tutte le famiglie avevano la possibilità di mettere in
tavola la stessa varietà e quantità di cibo, ma tutti
cercavano di dimenticare per un giorno la parsimoniosa prudenza
con la quale facevano uso delle risorse familiari e dedicavano il
massimo della cura alla preparazione delle vivande. Tutto veniva
comunque allestito cercando di non dover usare "robba compra"
e quando ad essa si ricorreva, il fatto era sottolineato come un
lusso riservato a pochi o alle grandi occasiòni.
Il giorno di NATALE veniva festeggiato con un pasto più abbondante
del solito ma non particolarmente ricco di portate. Il piatto più
importante era la pastasciutta fatta in casa, condita con sugo di
coniglio. Già il fatto che si trattasse di pastasciutta era
motivo di festa,perché rompeva la monotonia qúotidiana
della minestra di pane, e nessuno certamente sottilizzava troppo
se nell'impasto le uova non erano sempre abbondanti. La massaia
iniziava il suo lavoro impastando uova, farina ed acqua nella madia,
trasferiva poi l'impasto sulla spianatoia e lo stendeva col mattarello
(cernicchio o cernitoio).
Quest'ultima operazione richiedeva forza ma soprattutto abilità.
La bambine iniziavano molto presto a far pratica di questo lavoro
e riuscire ad eguagliare la massaia era considerata quasi un'iniziazione
autorizzava a ritenersi adulte, in età da marito. Quanto
al sugo, Nonna Leonilda lo faceva utilizzando la testa del coniglio
tagliata a metà (taluní lo trituravano sul tagliere
con tutte le ossa), il fegato triturato insieme al rigatino (ma
non sempre questo lusso era possibile), aglio, cipolla, prezzemolo
e sedano. Il tutto doveva ben soffriggere in un tegame nel quale
si versava poi il pomodoro, diluito quanto necessario con acqua
tiepida. Il secondo era quasi sempre costituito da coniglio stufato,
messo cioè a piccoli pezzi in un tegame, insaporito da prezzemolo
ed aglio e fatto cuocere lentamente fino alla doratura. Si ricorreva
a questo tipo di cottura perché il forno a legna veniva scaldato
soltanto per cuocere il pane o in occasione di pranzi speciali,
con invitati estranei alla famiglia. Il pranzo era concluso dai
cavallucci, che molti facevano in casa, ma che in tempi più
recenti, venivano acquistati insieme ad un piccolo panforte e a
qualche agrume (mandarini o arance).
Il giorno precedente il mercoledì
delle ceneri era chiamato CARNEVALE ed era, dal punto di vista gastronomico
il più ricco di tutto l'anno: ben gli si addiceva pertanto
l'appellativo di "grasso". ben due pasti erano a base
di carne: al mattino (la colazione) la massaia portava in tavola
tagliatini in brodo e gallina lessa accompagnata da "pane del
garzone"; a cena la solita pasta al sugo e carne di coniglio
stufato. Il pollame compariva raramente nel menù familiare,
perché la sua vendita costituiva una delle rare fonti di
denaro, ma nel giorno di carnevale ci si doveva abbandonare alle
più audaci follie ed il proverbio "la gallina de carnevaèle
se nun se magna va a mèle" persuadeva al sacrificio
anche la più parsimoniosa delle massaie.
Altro piatto tipico di questa ricorrenza erano le polpette: "Carnévèle
dalle polpette, quaresima dalle gamette" ( le gamette sono
i germogli delle rape), ma la cosa più tipica erano i dolci.
Strufoli o cenci', erano comunque fritti, perciò anch'essi
particolarmente "grassi". Ma la festa non è completa
se non si vive in compagnia, ed ecco che dopo cena vicini ed amici
si ritrovavano per passare la serata in allegria. Bastava un suonatore
di organetto (meglio se due) e nasceva una scatenata festa da ballo;
spesso la madia chiusa serviva da palco per l' "orchestra"e
non era impossibile che il suonatore, nella foga di battere il tempo
col piede, sfondasse il coperchio e vi finisse dentro. Talvolta
faceva la sua comparsa una compagnia di attori dilettanti che venivano
a recitare il "Segalavechia".
"Che bei tempi, che allegria, che risate!", commenta con
nostalgia Nonna Leonilda novellando..... del suo buon tempo.
Il
menù della quaresima non differiva da quello quotidiano del
resto dell'anno: in questo periodo però si rispettavano in
modo più stretto dei solito i giorni di magro, nei quali
si rinunciava anche all'uso di quel grasso animale che abitualmente
era usato per insaporire i cibi. Naturalmente erano ancora i legumi,
soprattutto fagioli, a fare la parte dei leone, ma quando era possibile
si portava in tavola pesce. Si trattava molto spesso di pesce di
mare conservato, baccalà, aringa e più tardi acciughe,
che venivano consumate insieme ai sapori dell'orto (aglio e cipolla)
e con molta parsimonia. Nella zona si racconta ancora di qualche
famiglia particolarmente povera nella quale l'aringa appesa sotto
il camino, veniva fatta durare per tutta la quaresima: i commensali
ci strofinavano tutti. i giorni le loro fette di pane e solo il
venerdi santo "banchettavano" mangiandone un pezzo ciascuno.
Episodi del genere vengono comunque ricordati in molte parti d'Italia
e lo stesso cinema se ne è appropriato.
Anche il pesce fresco veniva consumato con una certa frequenza:
in ciò le nostre zone erano favorite dalla vicinanza del
lago Trasimeno e dei laghi di Montepulciano, che fornivano tinche,
regine, anguille, lucci ed altre varietà minori come lasca,
agone e, più tardi, persico.
Naturalmente anche in questo caso si cercava di utilizzare al massimo
l'animale, lo si cuoceva di preferenza in umido, insieme ad "erbette"
raccolte nei campi, non si gettavano né la testa né
le interiora che, opportunamente pulite e lavate, arricchivano il
fondo di cottura (il sughetto) col quale si poteva mangiare una
discreta quantità di pane.
Un momento particolare della quaresima era il giorno di S. Giuseppe
che veniva festeggiato con le frittelle.
La PASQUA era la festa delle
uova con la "ciaccia". Questo era favorito anche dal,
fatto che, dopo il riposo invernale, le galline e le oche producevano
uova ad un ritmo più intenso che nel resto dell'anno; le
massaie ne mettevano da parte quante più potevano e le facevano
poi trovare sul tavolo di cucina il giorno in cui il parroco si
recava a benedire la casa, affinché fossero anch'esse benedette.
Anche la rituale offerta fatta alla chiesa in questa occasione consisteva
in uova, il cui numero era calcolato in "una coppia a letto".
Durante la settimana santa tutte le donne della famiglia si mobilitavano
per preparare la ciaccia col rigatino ed uno o più tipi di
dolci: era questa una delle pochissime occasioni in cui il forno
veniva scaldato espressamente per la cottura di cibi diversi dal
pane. Quando finalmente arrivava la mattina di Pasqua, la massaia
si alzava particolarmente presto e provvedeva a lessare le uova,
le metteva a bollire nel paiolo e si regolava in modo molto personale
circa il tempo di cottura: la regola dei sette minuti è piuttosto
recente e qualcuno ricorda ancora che spesso i tuorli avevano un
bel bordo verdastro. Una volta provveduto a questa operazione, la
donna si recava alla prima messa mentre gli uomini accudivano gli
animali e provvedevano ai lavori che dovevano essere svolti anche
in un giorno così speciale. Al suo ritorno tutti facevano
colazione ed era questo il pasto più importante di questa
ricorrenza. Il menù consisteva in uovo benedetto con ciaccia
al rigatino, dolci e vino. Il singolare usato per l'uovo ha valore
soltanto come indicazione del tipo di alimento, perché in
quanto al numero non si ponevano limiti, anzi se ne faceva argomento
di conversazione tra amici e parenti e qualcuno tentava anche di
stabilire record. Di uno di questi record ci è giunta notizia:
quindici uova di gallina e due di oca (sic!). t abbastanza comprensibile
che, quando la colazione era stata così abbondante e sostanziosa,
il pranzo dovesse essere piuttosto semplice: si trattava il più
delle volte di tagliatini in brodo e gallina lessa.
Tutta la settimana compresa fra il lunedi dell'angelo e la domenica
in albis era considerata festiva perché dedicata all'incontro
tra parenti: le donne tornavano per un giorno a pranzo nella famiglia
d'origine, e per poterlo permettere a tutte era necessario avere
a disposizione più giorni. Era il cosidetto "armeéno"
per il quale si preparava il pranzo dei giorni speciali , ricorrendo
anche alla pasta comprata. Il menù era composto da minestra
in brodo (si preferiva la "grandinina"), cannoncini al
sugo, carne stufata (di solito coniglio ma poteva essere anche anatra)
ed insalata. Il pranzo poteva poi concludersi con dolci che erano
stati confezionati per la Pasqua.
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