L'alimentazione Contadina
IL
SALE
"Nulla è più utile
del sale e del sole" scrive Isidoro di Siviglia nelle sue "Etymologie".
Questo gioco di parole èefficace per esprimere il ruolo singolare
di questo prodotto biologicamente indispensabile all'alimentazione.
Nel Medioevo la salagione costituiva il sistema principale di conservazione:
dei cibi: carne e pesce in primo luogo e poi formaggio, ortaggi,
ecc.; per non parlare dell'importanza del sale in cucina per la
preparazione e l'insaporimento di tutti i piatti e, fatto eccezione
per la Toscana, del pane.
Oltre l'uso alimentare, il sale veniva impiegato nella farmacologia,
nella concia delle pelli', nelle pratiche liturgiche. Dunque, era
una derrata di prima necessità. Ma il problema era come procurarselo.
Il sale, infatti, non èuna coltura come il grano o il vino,
che si possa impiantare quasi ovunque anche a costo di sacrifici.
Il sale è presente solo in luoghi determinati come i giacimenti
di salgemma (sale minerale), o si trova disciolto nelle acque, interne
o marine. Del resto non è sufficiente la presenza di acqua
con una ricca percentuale di cloruro di sodio, ci vuole anche un
clima favorevole che consenta, mediante l'insolazione, la sua concentrazione
e cristallizzazione.
Spesso, si era costretti a ricercare il sale fuori dei propri confini,
a comprarlo in centri di produzione più o meno lontani. E
tale viaggio non mancava di avventure. I mercanti comacchiesi, ad
esempio' che nel
Medioevo risalivano il Po' con le barche cariche di sale, prodotto
nell'area del delta, venivano chiamati "milites" (uomini
armati), pronti a respingere ogni tentativo di rapina, che non doveva
essere infrequente.
Del resto, le difficoltà di approvigionamento avevano costretto
a fare a meno del sale. "Talvolta ci si contentava di gettare
sui cibi certe ceneri vegetali di gusto salino", ricorda lo
storico Bloch. L'importanza del sale, dettato dalla necessità
di un bene cosi prezioso, continua nel secoli.
Nel '700 e'800 venivano date severe disposizioni sia sulla quantità
di prodotto da usare sia sulle, caratteristiche del "canoviere"
del sale o "salaiólo".
Il canoviere andava direttamente a prelevare il sale o mandava un
suo "vettorale" o vitturino; non doveva prendere in prestito
il sale da altri salaiolí per rivenderlo nel suo territorio
e doveva vigilare che ciò non accadesse per opera di altre
persone. Addirittura poteva incorrere nella pena di morte, se non
si fosse attenuto a tali disposizioni.
In epoca più recente, (e precisamente nel nostro secolo),
i nostri nonni andavano in bicicletta a Volterra e tornavano con
sacchi di sale; esso si presentava in pezzi grossi, che venivano
schiacciati in un mortaio di pietra o di legno.
Quando si voleva avere il sale più fino si stendeva nella
spianatoia e ci si passava una bottiglia sopra,
come un rullo compressore. Alla preziosità e scarsità
del sale si deve far risalire la credenza che la sua caduta o il
suo spreco porti sfortuna.
ATTIVITA'
VARIE PER PROCURARSI IL CIBO
Mangiare era sempre un problema, ricordano
i vecchi, ed anche quelli che ancora vecchi non sono, che da ragazzi,
aiutati da persone più anziane, preparavano trappole per
gli uccellini con la "lastra", il vischio", il "diluvio",
i "lacci" e le "reti".
La "lastra" era di pietra le veniva tenuta obliqua da
tre legnetti lunghi circa20 cm., (uno più lungo e due più
corti messi in obliquo), che poggiavano, in perfetto equilibrio.
Sulla terra veniva messo un po' di grano. Quando gli uccellini andavano
a beccarlo, urtavano contro uno dei legnetti, determinando la caduta
della lastra e la loro morte.
Un altro modo per catturare passeri, tordi, merli, pettirossi, ecc.
consisteva nello spargere il "vischio" sui ramoscelli
degli alberi con qualche chicco di grano. Gli uccelli, visto il
grano, si buttavano sul ramoscello per beccarlo e rimanevano "'mpagnèti"
nel vischio. Questo si otteneva nella seguente maniera: si raccoglievano
le bacche bianche del vischio, si mettevano in un sacchetto di cotone
o di balla, che veniva posto dentro il "concio" nella
concimaia. Il calore della fermentazione del concio faceva sciogliere
le palline del vischio in dieci giorni circa. Questa massa sciolta
veniva lavata ad una fontanella o lungo un corso d'acqua, per liberarla
delle impurità. Il vischio, una volta purificato, si metteva
in un pentolino e lo si riscaldava fino a sciorglierlo. Così
caldo, veniva portato di corsa e messo sui rami degli alberi.
Di vischio si spalmava con un pennello il "diluvio", un
attrezzo sostenuto da una pertica e formato da una ruota centrale
o da un ombrello di tela cerata da pastore. Su questa ruota erano
praticati dei buchi per tutta la sua circonferenza, nei quali venivano
infissi dei paletti di legno, legati in cima e un pò ristretti
con il filo di ferro. 1 paletti venivano avvolti per tutta la loro
altezza da cordicelle di canapa, fitte fitte, ed
" 'mpagnèti" col vischio. Rimaneva libera un'apertura
centrale che veniva poggiata sul pagliaio e sulla quale era posta
una lanterna, per attirare gli uccelli.
Un'altra persona picchiava sul pagliaio; i passeri, impauriti, volavano
ed entravano dentro questo "diluvio", rimanendovi "
'mpagnèti".
Un altro sistema per catturare gli uccelli consisteva nel predisporre
dei lacci fatti con i peli della coda di vacca. All'estremità
di ogni pelo veniva fatto un nodo scorsorio, mentre l'altra estremità
era legata ad un legnino, che poi veniva interrato completamente.
Vicino al nodo scorsoio venivano posti dei chicchi di grano, messi
in modo che il passero o merlo o tordo fosse obbligato, per mangiare
il grano, a mettere il capo nel nodo scorsoio; cosicché,
quando l'uccello beccava, il nodo, toccato, si restringeva e gli
serrava il collo.
Le "reti" erano un altro tipo
di trappola.
Nei fossi si creava un passaggio obbligato in modo che gli uccelli
non avessero una via di fuga al momento della caduta della rete.
Essa era alta circa un metro e lunga due, fatta di canapa a maglie
fitte. Veniva tesa in modo obliquo e sostenuta da un supporto di
legno sottile, quasi invisibile, collegato ad una corda, tenuta
in lontananza da un uomo nascosto dietro una siepe. Attratti dal
mangime e dall'acqua, gli uccelli si precipitavano vicino alla rete.
Quando erano in numero ritenuto sufficiente, l'uomo tirava la corda,
il supporto cadeva e con esso la rete, che imprigionava gli uccelli.
Gli uccelli catturati erano, oltre ai passerotti, i merli, i tordi,
i picchi, le ghiandaie, le tortore e, al momento del loro "passo"
colombe selvatiche.
A metà strada tra prova di abilità e necessità
di procurarsi da mangiare sta la gara del "barutelone".
Le forme di formaggio pecorino ben stagionato venivano lanciate
con una "cigna" di cuoio legata al polso.
Vinceva la forma di formaggio, cioè il "barutelone",
colui che raggiungeva per primo la meta prefissata o chi arrivava
più lontano dopo un certo numero di tiri.
Nei fossi e nelle vasche (per queste usavano anche una scala che
mettevano a traverso) gli uomini andavano a prendere le rane, che
venivano attirate da un lume a carburo. Erano squisite cotte in
umido o fritte.
Sui muri, sui greppi, con un legnino per scansare l'erba, si prendevano
le lumache, che poi si mettevano a spurgare per almeno cinque giorni
in un bigoncio di legno con della semola.. Il recipiente andava
coperto. Dopo questo tempo, le lumache venivano lavate con acqua,
aceto e sale. C'era chi le metteva in un sacco e le poneva nell'acqua
di un torrente. Dopo lavate, venivano messe a bollire, poi erano
rilavate e messe in padella, dove aveva preso colore un soffritto
di odori, pancetta, peperoncino, pomodoro, sale, pepe.
I ricci venivano presi sotto la "barcaia",
dove erano in letargo, venivano ammazzati o messi vivi nell'acqua
bollente quindi pelati con le pinze, sbuzzati e, dopo lavati, cotti
a spezzatino con le patate.
Come i ricci venivano cotti gli istrici, presi con le lanterne ed
i forconi nelle loro tane?, di notte.
Particolarmente saporiti erano e sono i maialini d'India, ancora
oggi allevati. Appena uccisi con un bastone, si tuffano nell'acqua
bollente e il pelo cade subito. Una volta puliti, vengono cotti
arrosto o, meglio, in porchetta..
Mangiare i gatti o addirittura i topi dipendeva dalla fame ed in
tempo di guerra, sicuramente i nostri nonni ed i nostri genitori
hanno mangiato "conigli che (da vivi) miagolavano". Per
togliere l'odore di selvatico, tenevano il gatto a bagno nell'acqua
per sette giorni.
E non si disdegnava neppure di mangiare anche altri animali selvatici,
come la volpe, il "tassoporco" ed il "tassocane".
Pressoché identico era il modo per catturarli e per cucinarli.
Tempo ideale per poterli scovare dalle loro tane era una bella nevicata,
quando questi erano costretti ad uscire in cerca di cibo e così
facendo lasciavano le loro tracce sulla neve. "Se va a traccè
la volpe"? dicevano i contadini. Si riunivano vari uomini i
quali, seguendo appunto le tracce di tali animali, riuscivano a
scoprire le loro tane. Iniziava a questo punto l'opera di cattura
che avveniva nel modo seguente: si provvedeva innanzi tutto a chiudere
con delle grosse pietre l'ingresso della tana; quindi si costruiva
davanti una specie di tunnel coperto e piuttosto stretto, con una
piccola apertura in fondo, dove era posta della carne. Veniva ora
riaperto l'ingresso della grotta e si attendeva che tali animali,
spinti dalla fame, si inoltrassero nel tunnel il quale, essendo
angusto, non permetteva loro di rigirare indietro e tornarsene al
sicuro. Iniziava allora l'opera di cattura vera e propria. Considerata
la pericolosità di tali animali, attraverso qualche fessura,
con una forca apposita, se ne immobilizzava prima la testa ed infine
si uccidevano. Ma molto più spesso le volpi venivano lasciate
vive per alcuni giorni legate ben bene infatti erano poste in una
cesta (talvolta anche con i piccoli volpacchiotti) ed erano affidate
a ragazzi di varie famiglie i quali andavano di casa in casa a chiedere
una specie di ricompensa per averle liberate, con la cattura dell'animale,
da un pericolo incombente per gli altri animali da cortile. Veniva
offerto ai ragazzi del denaro o delle uova. Tale usanza è
durata fin verso gli anni '70.
Il tassoporco ed il tassocane invece venivano subito uccisi. Questi,
in particolare, si preferiva cuocerli in padella, dopo averli tagliati
a pezzetti, cori aglio, salvia, sale e pepe, finché la carne
era ben rosolata.
Prima di cucinare la volpe, invece, si doveva aspettare una settimana,
perché era necessario tenerla a "purgo" nell'acqua,
meglio in quella corrente di un ruscello.
Una volta pulita e fatta a pezzetti,
si metteva in un tegame con aglio, cipolla, ramerino, salvia, ma
senza l'olio e il sale.
Si lasciava "caldellare" finché 'Taceva l'acqua"
che era poi completamente scolata.Ciò serviva a togliere
l'odore di selvatico; del resto le vecchie massaie usavano tale
sistema anche per il coniglio.
Quindi, i pezzetti di volpe, senza gli "odori", venivano
rimessi nel tegame, questa volta con olio, sale e pepe.
Si faceva rosolare aggiungendovi nuovamente salvia, rosmarino ed
aglio.Prima del termine della cottura si versava un po' di vino.
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