L'alimentazione Contadina
(Essa
era la sola custode, una Africana che con tutta la figura attestava
la sua patria: ritorta la chioma, gonfio il labbro e nera di carnagione.
Trasporta con la mano sul crivello la farina sparsa e la scuote:
la crusca resta al sommo. Svelta l'ammucchia su una liscia tavola,
vi versa sopra acqua tiepida e impasta ora acqua e farina. Ora che
è fatta la pasta la spiana e con la palma l'allarga in tondo,
come usa, e con un solco la segna in quattro parti uguali).
In Valdichiana l'usanza continua tutt'oggi (soprattutto nelle famiglie
dove c'è una donna di una certa età), ma è
più semplice e meno faticoso comperare pasta fresca, magari
del pastificio artigianale o industriale.
Le nostre nonne usavano la forza delle loro braccia e dopo aver
impastato uova, farina acqua, di solito nella "madia",
trasferivano l'impasto sulla spianatoia (che non a caso si chiamava
cosi) e, con il mattarello ("cernicchio" in dialetto)
la stendevano e arrotalavano la sfoglia intorno ad esso lisciandola
con
mani per affinarla di più. La massaia, con un movimento rapido
la faceva "schioccare" sul ripiano. E così via,
fino a ridurre la sfoglia sottilissima e rotonda (sembrava fatta
con un compasso!). Quindi la lasciavano asciugare e di nuovo la
ripiegavano facendola combaciare verso il centro, perché
tagliandola ne venivano delle "matasse".
Era pronta così per essere gettata nel paiolo, che, nel frattempo
era stato messo sul camino, a fuoco "allegro", affinché
l'acqua bollisse e messa la pasta dentro non si "affaldellasse",
ma si dividesse bene.
Appena
cotta la pasta, si appoggiava il paiolo sul bordo dell'acquaio'
si copriva con un coperchio e, tenendo questo in pressione con la
mano destra, si inclinava il paiolo in modo che l'acqua colasse
dalla fessura tra l'orlo ed il coperchio. Potete immaginare! Gran
parte dell'acqua restava insieme ai "maccheroni" (parola
dialettale che sta per lasagne o fettuccine).
E il sugo? Era fatto con il fegato e la testa del coniglio, che
veniva più o meno finemente triturata sul tagliere, con tutte
le ossa.
A questo punto si univa, nel tegame, per lo più di coccio,
il pomodoro, e ne risultava un intruglio saporoso si, ma che versato
sui maccheroni, si diluiva con l'acqua rimasta. Che pranzo! La massaia
ne andava orgogliosa ed i commensali erano a nozze!
Ed oggi? Ora che l'entusiasmo per le cose moderne tutte metallo
e vernice, va sfumando, la gente ha cominciato a ricordare, a ricercare
le buone cose di una volta e un modo di vivere irrimediabilmente
perduto.
In cucina, scatolette, surgelati, confezioni sottovuoto e conserve,
vengono consumate con indifferenza. Questi cibi confezionati, privi
di sapore e spesso adulterati, permettono di portare in tavola un
ottimo pranzo che potrebbe essere così commentato: "apri
e disgustati". Per tutti questi motivi la gente, almeno quando
può, si reca in trattorie di campagna, ricerca piatti casarecci,
genuini, le cui ricette sono semplici, ma il gusto è squisito.
La Valdichiana è patria della
cucina contadina, o, come oggi si usa dire, "povera".
Certo occorre distogliere un po' del nostro tempo dalla frenesia
dei giorni senza quiete, per pazientare intorno ai fornelli: il
risultato ripaga certamente in gusto e qualità.
Gli ingredienti della cucina povera sono quelli che, nel passato,
si trovano nell'orto di casa, senza bisogno di cavare dal portafoglio
la moneta che, peraltro, non c'era. Molti piatti si basavano sulla
freschezza degli
ortaggi e sulla bontà del pane e completava la"cornice"
l'ambiente rustico in cui venivano consumati.
Chi pure seguisse alla lettera le ricette della cucina povera, ma
usasse il pane che, solitamente, s'acquista nei supermercati e gli
ortaggi o condimenti che ci giungono dopo una serie di passaggi
di mano, porterebbe sulla tavola pietanze che non hanno il sapore
dei tradizionali piatti di una volta.
Nonostante ciò, nella gastronomia vale sempre il motto: "con
l'olio e con il sale, è buono anche uno stivale". Più
precisamente pane, vino, olio sono elementi sufficienti per realizzare
piatti caratteristici. Addirittura, con il pane raffermo, quello
che una volta rimaneva nella "madia" vengono cucinati
i piatti più rinomati: la ribollita, la panzanella e la pappa.
NOMENCLATURA
DEI PASTI
La nomenclatura dei pasti è legata
alle abitudini delle comunità religiose. Poiché la
giornata si iniziava "rompendo il digiuno", si adottò
per la refezione mattutina il termine DESDEJUNARE, da cui derivano
"déjener" e l'italiano DESINARE. Altri fanno derivare
"desinare" da "DIGNERIUM", le prime parole della
preghiera DIGNERE DOMINUM, recitate all'inizio del pasto. Talvolta,
ci si accontentava di riunire gli avanzi del giomo prima (detto
"collazionare" gli avanzi e da Ciò COLLATION e
colazione). Pranzo nasce da PRANDIUM, la colazione del mezzogiorno.
Il significato originario doveva essere quello di "primo pasto".
Cena nasce dal latino COENA, il pasto principale della giornata,
che i Romani consumavano tra le tre e le quattro del pomeriggio.
Forse la parola nasce da KERT-SNA= porzione Merenda è il
gerundio latino del verbo MERERE, meritare; letteralmente "cose
da merítare".
PANE
E COMPANATICO
Il pane è sempre stato considerato
"na binidizione": fortunata era la famiglia che ne aveva
per "sfamasse". Agli inizi del '900, di pane bianco, soprattutto
in montagna, neppure a parlarne.
In seguito, migliorate le condizioni economiche, insieme al pane,
si cominciò a mangiare qualcosa che lo insaporisse.
Diamo qui un elenco delle cose più semplici che accompagnavano
il pane, secondo un ordine che parte dagli alimenti più antichi
ai più recenti.
Pane e...
-cipolla
- aglio
- pomodoro (in seguito con aggiunta di olio e pepe)
- frutta fresca (ciliege "guisciole", fichi, uva, popone,
cocomero ecc.)
- frutta secca (fichi, "picce", uva secca, noci, mandorle)
- ortaggi (sedano, cetriolo)
-strutto di maiale (con aggiunta di salvia)
- olio sale; oppure olio - aceto - sale
- vino (in seguito con aggiunta di zucchero soprattutto per i bambini
a merenda)
- farina dolce
-salumi
- sarde e baccalà. (I più poveri mangiavano anche
soltanto il sale, cospargendone le fette dipane)
- formaggio
- olio rimasto nella cottura della carne
- bruschetta (oggi invece la fantasia può sbizzarrirsi nel
preparare mille crostini).
E
CON GLI AVANZI DEL PANE?
Neanche una briciola di pane, un tempo
poteva venire sprecata. Ecco quindi la necessità di inventare
modi diversi per il suo riutilizzo.
Vediamone alcuni:
- Le fette di pane indurite potevano essere bagnate con acqua e
poi insaporite con olio e sale, con zucchero o mangiate anche sole.
- Il pane rimesso in forno "rinveniva", si ammorbidiva.
- Si grattava per fare il "pan del garzone" (vedi ricetta)
o per riempire i colli di animali da cortile (quest'uso è
però più recente, per ovvi motivi, rispetto al primo).
- Poteva servire per la pappa, un tempo riservata ai bambini piccoli;
era anzi preferibile il pane rinsecchito e meglio ancora la crosta.
-E' noto a tutti l'utilizzo per la panzanella.
- Si usava per fare la bruschetta (dato che le fette vanno abbrustolite,
la morbidezza non era indispensabile).
- Ogni tipo di pane, anche piccoli tozzi avanzati, andava bene per
la cosidetta "minestra di pane" (vedi ricetta). Il pane
tostato poteva essere sbriciolato sulla verdura, quando veniva riscaldata
con aglio e olio.
- Il pane arrostito, strofinato con un po' di aglio, era anche bagnato
nell'acqua di cottura del cavolo e si serviva con sopra dei pezzetti
di cavolo, salato e pepato. Al posto dell'acqua di cavolo poteva
essere utilizzato il brodo di fagioli, magari con l'aggiunta sopra
di qualche cucchiaiata di questi.
|