L'alimentazione Contadina
NOTE
INTRODUTTIVE STORICO-GASTRONOMICHE
La storia gastronomica della Valdichiana
è molto interesse Infatti bisogna rifarsi ai Romani, i quali
avevano quotidianamente in tavola cibi provenienti da tutte le parti
dell'Impero. La gente del Medio Evo consumava moltissima carne e
quella del seicento e settecento era provvista di spezie odorose.
I popoli antichi consumavano una varietà di cibi il cui uso
si propagava nelle terre circostanti.
Scopriamo cosa appariva comunemente nelle tavole.
I Romani avevano abitudini
e modi molto semplici. Nel periodo di Macrobio e Petronio il pasto
normale, sia che il cittadino fosse ricco o povero, aveva una portata
di antipasti, una di carne e frutta o dolci, se c'erano, il tutto
condito da vino e acqua calda.
E' difficile stabilire qual era il piatto preferito, dato che la
gente era divisa da fazioni. Il cibo genuino che i romani consumavano
tutti i giorni rappresenta.va una soddisfazione fazione per coloro
che ritornavano dal lavoro o dalle guerre.
Plinio ci ha tramandato l'abitudine raffinata del l'aretino Mecenate
di introdurre a Roma un cibo ricercato come quello della carne di,
asino, mentre Pietro del Buta esortava nelle sue lettere a ricercare
il buono e il genuino, per es.,quando parla di "insalatina
bene unta e ben rivoltata" o del gusto per una tavola ben apparecchiata
perché l'apparecchiar la tavola, l'ornarla di rose,il lavar
bicchieri, le susine negli intingoli il vestire i fegatelli, il
fare mogliecci, il dar dar la frutta ai pranzi tutto. questo testimonia
l'inventiva e la ricercatezza alimentare della gente della Valdichiana
e in genere aretina.
Le origini della gastronomia toscana e della Valdichiana prendono
vita dagli Etruschi. Questi mangiavano due volte al giorno avendo.come
pasto principale polenta di cereali e grano, il migliore della Penisola;
consumavano carni molto cotte o arrostite che condivano con olio,
scoperto quest'ultimo prima dai Romani. Facevano polentine con miglio
e orzo, che venivano chiamate ''Puls''.
Conobbero il burro, portato dai Germani, unguento che produceva
sapori acuti e dolciastri, amati dai conquistatori.
Dopo la caduta dell'Impero vennero i Barbari che passarono, a loro
volta, da Arezzo, dato che si trovava sulla strada conducente a
Roma.
Quando passavano lasciavano terrore e paura, ma lasciavano anche
le loro tradizioni e la nostra cucina si arricchiva di salse, minestre
e, forse, anche dell'uso di mangiare sangue cotto, perché
questo era costume dei Barbari che lo succhiavano crudo dal collo
dei tori, procurandoselo facendo dei fori.
In questo periodo la cucina perse valore in tutta Italia e in Europa.
1 monastici presentarono una tavola modesta e affermarono che bisognava
cibarsi di ciò che poteva essere allevato e coltivato. Dettero
così largo spazio al consumo di polli. Di questo si ha testimonianza
nelle "Costituzioni" dettate verso il 1080 dal Beato Rodolfò
IV priore di Camaldoli, in cui si hanno anche indicazioni di piatti
di quel tempo, che dovevano costituire il cibo comune degli aretini
e del contado: pomi, castagne, erbaggi, pasta di frumento (granelli),
torte, migliacci, ceci, fave, tortellini, frittelle, cacio, pesce
condito con la agliata e porrata, lepre . fagiano, beccaccia. In
questo periodo compaiono i dolci con lo zucchero portato dalla Palestina
dai Crociati.
Nel
1200, il contadino consumava circa 16. chili di pane al mese, con
pochi grassi, poco companatico e qualche raro bicchiere di vino;
nelle paludi della Chiana si pescavano ''lasche'' e attraverso Pisa
arrivava la tonnina siciliana e molto più tardi arrivarono
anche le aringhe. La carne era poca e la famiglia che riusciva ad
ammazzare il maiale si considerava fortunata ed era felice per tutto
l'inverno. La situazione non era cambiata neanche il secolo dopo.
Nel XV secolo, era già in uso la festa della "smaialatura"
e cioè dell'uccisione del porco con le varie preparazioni
gastronomiche di costoliccio, fegatelli, prosciutti, salami e tutto
quello che il prezioso animale offre, dopo scannato, ai palati anche
dei più raffinati.
Sembra certo Che la cucina aretina abbia offerto un grande contributo
alla nascita' di quella francese quando il papa Clemente V stabili
la sede ad Avignone e ancor più con Caterina de' Medici che
portò al suo seguito dei cuochi fiorentini. Inoltre, nota
non irrilevante, il terreno intorno alla Languedoc è molto
simile a quello toscano: produce olio e vino.
Gli avignonesi adorano il maiale e l'oca, tutti elementi che si
collegano al gusto italiano e aprono la strada per la conquista
del gusto francese; così una zuppa di pollo diventa crème
de poulet à la reine, la cipollata soupe àl'oígnon,
ecc.
Dalla simbiosi dell'uomo con la terra derivò la tipica organizzazione
interna della famiglia rurale della Valdichiana, che ricalcò
quella romana, legata al ''fundus''.
La famiglia. contadina ruotava attorno all'indiscussa figura autoritaria
del "capoccia", il quale, come il "pater farnilìas"
amministrava l'intera comunitá domestica, dirigeva il lavoro
delle braccia, trattava ogni "affare", ogni sua decisione
tra senza appello.
Il maggiore dei figli, in quanto il più esperto ed anche
futuro capoccia, assolveva al più delicato ed importante
degli incarichi: curava la stalla. A lui competeva il lavoro, meglio
sarebbe dire il rito, dell'aratura, e perciò assumeva la
denominazione di "bifolco" (da "bubulca=zolla"),
termine che oggi, per inversione dei lavori sociali, ha assunto
un significato di ironico disprezzo.
Gli altri figli ed i nipoti assolvevano tutti gli altri incarichi,
a seconda delle attitudini di ciascuno, per cui, per esempio, il
maggiore innestatore si occupava della vigna, degli ulivi, degli
alberi, in generale.
La moglie del capoccia, o la madre, qualora essa fosse ancora viva,
dal capoccia precedente assumeva il titolo di "massaia"
ed aveva il dominio delle donne, della dispensa, del pollaio e della
cucina.
Essa organizzava il lavoro delle figlie, delle nuore e delle nipoti,
e sovrintendeva all'educazione dei piccoli, finché non avessero
l'età per seguire gli uomini ai campi ed ai mercati.
Assegnava le razioni per la giornata dirigeva la confezione di vestiario,
amministrava il ricavato della vendita delle uova e del pollame,
che impegnava per l'acquisto della lana, (quando non la filavano
in sa), delle stoffe, nonché del sale.
L'autorità, unica, a cui sottostava era quella del capoccia
L'economia alimentare di una organizzazione di questo genere era,
necessariamente, autarchica e nononstante le possibilità
notevoli che certi poderi erano in grado di offrire, il pasto era
sempre frugale.
I polli ed i piccioni non venivano impiegati per la mensa quotidiana,
si preferiva venderli, conservando per la famiglia qualche capo
da consumare per i prazi tradizionali di Pasqua, Natale, della festa
del patronoo, dell "armèno" (ritorno per un incontro
con tutti i parenti) , e per a conoscenza prima delle nozze dei
parenti della sposa e dello sposo.
La sola carne, oltre quella del maiale, che si usava con qualche
frequenza, era quella di coniglio.
Anche l'orto, che avrebbe potuto offrire qualche variante al modesto
menù contadino, veniva trascurato poiché richiedeva
cure che avrebbero distolto dai più impegnativi lavori.
Le verdure, comunemente coltivate, erano il cavo
lo, con predileziose per quello nero, il radicchio, qualche "gobbo"
(cardo alimentare), un po' di bietola, spinaci, ma soprattutto patate,
cipolla ed aglio (frittate di aglietti). Il sedano (senoro, in dialetto
chianaiolo) veniva tenuto unicamente per "odore" insieme
al prezzemolo, al basilico, alla salvia, al rosmarino.
Notevole spazio, nell'orto, era riservato ai fagioli, alla cipolla,
ai pomodori, i quali ultimi venivano conservati in bottiglie, per
l'uso invernale, oppure attaccati (a piccie, i pendolini) ai soffitti
dei granai.
Quanto detto fin qui è riscontrabile non solo nella nostra
vallata, ma anche in tutta la regione.
Un'usanza, abbastanza frequente, era quella di consumare pasta fatta
in casa e del resto la massaia ne aveva di uova a disposizione!
Le origini di essa sono antichissime, se ne parla nel "Moretum"
in cui si dice di una giovane schiava africana che faceva la pasta
con farina e acqua:
Erat unica custos,
Afra genus, tota patriam testante figura,
torta comam labroque tumens etfusca colore.
Transfert inde manufusas in cribra farinas
et quatit, ac remanent summo purgamina dorso.
Levi tum protinus
componit tabula, tepidas super ingerit undas
contrahit admixtos nuncfontes atquefarinas.
Iamque subactum
levat opus pamisque suum dilatat in orbem
et notat impressis aequo discrimine quadris.
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