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Sulla base del test e della conseguente valutazione, relativa alla correttezza tecnica, all’efficacia e, non ultimo, al gradimento, del percorso olfattivo e tattile progettato, di cui al capitolo precedente, la fase successiva è stata, contemporaneamente, la correzione, dove necessario, dei prototipi presentati, e l’allargamento del percorso: ciò oltre ad essere previsto dall’articolazione delle attività del progetto, ha inteso proporre, nella fase definitiva, un campione completo di progettazione del percorso olfattivo e tattile integrato esterno-interno, ossia considerando il parco archeologico come un sistema a rete, di cui il museo costituisce uno dei nodi tematici e di approfondimento.
Nei prossimi paragrafi sono descritti i prototipi considerati corretti dalla valutazione, le correzioni effettuate dove necessario, i nuovi prototipi, sempre legati alla civiltà etrusca. Viene descritto anche il percorso di ricerca relativo ad un possibile allestimento di percorso olfattivo all’esterno, e la realizzazione complessiva in occasione della fiera di Arezzo “Museum image”. In quell’occasione, infatti si è ritenuto opportuno, oltre a dare diffusione del finanziamento ottenuto in una sede di pubblico di addetti: a questo scopo, anche all’interno della cartella del convegno organizzato, oltre che nella sede dell’allestimento, è stata posta una scheda informativa del progetto, [1] strutturare un momento di incontro, che avesse, questa volta, carattere di coinvolgimento dei decisori, politici ed istituzionali: l’incontro ha infatti visto presenti, oltre all’Amministrazione comunale di Cortona, i partner, rappresentanti della Regione Toscana, del Ministero affari sociali italiano e altri, nell’intento di sensibilizzare anche il livello decisionale sulla necessità di pensare progetti di accesso per le persone con disabilità, come Archaeology without barriers.
Il paragrafo finale illustra l’allestimento nel suo complesso, comprese le scelte di comunicazione fatte in quell’occasione.
Nel presente paragrafo sono elencati i prototipi, presenti a Ferrara, corretti sulla base del test e delle indicazioni dell’Associazione VAMI, e quelli non necessitanti di correzione.
La mappa tattile del parco archeologico di Cortona, con indicate le principali emergenze, di scavo o conservazione, è stata rifatta, con legenda di spiegazione dei simboli grafici utilizzati: accanto alla riproduzione di ogni simbolo, una scritta in braille ne indicava la natura.
Per spiegare come la mappa fosse una rappresentazione non in scala, ma concettuale della dispersione sul territorio comunale delle emergenze (questo a differenza di altri poli della civiltà etrusca) è stata data l’estensione reale della strada provinciale, che percorre il territorio lungo l’asse nord-sud. E’ stato indicato il nord, per fornire comunque coordinate di orientamento, rispettate dalla mappa.
Alla mappa è stato associato (la collocazione dei prototipi in questo caso non era a parete, ma autoportante, vedi oltre) il pannello “Lekythos” ossia il pannello con l’ambiente olfattivo cosmesi/medicina/cura del corpo; in quest’allestimento è stato proposto un altro odore, il profumo di iris, unico profumo certo in base alle testimonianze archeologiche, usato effettivamente in funzione di profumo, [2] analogamente alla civiltà contemporanea.
Il calco della Lekythos, dopo aver eliminato le sottolineature delle fasce decorative nere (secondo la valutazione non comprensibili, se non con un’ampia spiegazione verbale), è stato profumato con l’aroma di iris, lo stesso del pannello, ed è stato collocato vicino al pannello.
La mappa tattile del Secondo Tumulo del Sodo è stata rifatta, con incorporata la legenda in braille dei segni grafici utilizzati (“accesso”, “scalinata altare”, “corridoio”, “camere di sepoltura”); il segno utilizzato per indicare l’area perimetrale del tumulo complessivo, nella legenda porta anche le indicazioni di misura, per dare l’idea dell’estensione dell’area.
I segni dei corridoi di accesso alle camere sepolcrali, per maggiore leggibilità intuitiva della mappa, sono stati “prolungati” sino a congiungersi col segno indicante il perimetro del tumulo, sulla base delle indicazioni della valutazione. Sono state incise anche le frecce indicanti le direzioni di accesso.
La mappa è stata associata ad un nuovo pannello con decorazione a conci in pietra (utilizzati oltre che nel Tumulo, in molte delle emergenze archeologiche conservate a Cortona) ottenuta su intonaco: l’ambiente olfattivo è “riti funerari”.
La riproduzione del mosaico pavimentale della Villa di Ossaia è stata corredata di legenda chiarificatrice delle differenti altezze delle tesserine (bianche e nere) in braille.
Il pannello profumato “cucina/alimentazione”, che a Ferrara portava una sezione in rilievo riproducente la decorazione, resa con diversi spessori, di un ambiente della Villa romana di Ossaia, è stato rifatto senza quella sezione, ma evidenziando su tutta la superficie del pannello le parti decorate con spessori diversi e diverse granulometrie delle malte in relazione ai colori (si ricorda, è un campo verde separato dal campo rosso da una fascia gialla); ogni campo di cromia differente è stato indicato da una scritta in braille.
Il pannello ha mantenuto la profumazione di ambiente olfattivo “cucina/alimentazione”, ed è stato associato al prototipo della mappa tattile della Villa di Ossaia.
Nell’allestimento di Arezzo si è deciso di inserire prototipi che affrontassero altri temi, tra cui il tema della scrittura e lingua etrusca, sia perché Cortona è la sede di uno dei più importanti ritrovamenti degli ultimi anni, la Tabula Cortonensis, sia perché il tema è indicato all’interno dei nuclei concettuali attorno ai quali costruire l’allestimento del museo di Cortona, sia perché il problema della lingua e scrittura etrusca è ancora soggetto, nelle conoscenze di un pubblico medio, ad una serie di luoghi comuni e cognizioni errate.
E’ stato quindi progettato un nuovo prototipo, la riproduzione su plexiglass in scala 1:1 della Tabula Cortonensis incisa, associata al pannello riproducente su intonaco un particolare della tavola stessa, con cromia “bronzo” quale è il materiale reale, ottenuta però tramite malta.
Inerente al tema della scrittura, è stata proposta a fianco del prototipo “Tabula” la riproduzione, su plexiglass in scala 1:2 e in un pannello con malta, della stele di Lemnos, che si riferisce al problema dell’origine della lingua etrusca in rapporto alle lingue dell’area mediterranea.
La colorazione rossa e blu del pannello in malta allude alle definizioni convenzionali date dagli studiosi ai gruppi alfabetici greci: greco-occidentale “rosso” e greco-orientale “blu”.
Il pannello che riproduce in malta, un particolare del cosiddetto Fegato di Piacenza riguarda un altro tema della vita etrusca, la divinazione, indicato anch’esso come tema di approfondimento nell’allestimento del museo di Cortona. [3]
E’ stato scelto un reperto non di area cortonese, in quanto noto al pubblico perché spiegato in diversi livelli di scolarizzazione, e nell’idea comunque di motivare il fatto che lo studio di una civiltà antica è al contempo di localizzazione (i reperti locali in relazione al luogo) e generale (gli etruschi nel complesso del territorio, e in relazione alle altre civiltà, precedenti, contemporanee e successive). Peraltro, il pannello può riprodurre qualsiasi reperto relativo alla divinazione, anche di area cortonese.
Centro focale dell’allestimento complessivo è stata la scalinata-altare del Tumulo del Sodo due, presentata qui intera, in scala 1:1.
All’ingresso dell’allestimento sono stati presentati due pannelli in plexiglass, con i loghi dei partner del progetto, il logo della Divisione Formazione & Cultura della Commissione Europea, il titolo del progetto, nella riprova che anche la comunicazione non sui contenuti della visita museale, ma di informazioni sugli attori coinvolti, possa e debba essere pensata anche per il pubblico di persone disabili: si intende quindi che, in un allestimento, interno o esterno, anche i pannelli e la segnaletica di informazione devono essere accessibili (altrimenti si verificano i casi come quello riportato da Paola, di un museo per non vedenti con una scala erta), ossia la comunicazione nel suo complesso deve essere accessibile, analogamente a quanto avviene per gli spazi fisici: tutti devono essere accessibili, dai servizi, agli ingressi, alle sale, ai punti di ristoro e servizi di accoglienza. Con valenza simbolica, si è riprodotto anche il simbolo internazionale di accessibilità per non vedenti, un occhio barrato.
La progettazione di Archaeology without barriers ha sempre considerato l’area cortonese interessata dalla civiltà etrusca nel suo complesso, più volte detto come un sistema di cui scavi, reperti in elevato, il museo, sono nuclei tematici di approfondimento.
Nel complesso l’area del parco comprende diversi monumenti e aree di interesse [4] in fase di integrazione nel disegno complessivo del parco: il territorio e la città di Cortona uniscono ai valori ambientali e naturali il complesso archeologico più importante della Provincia di Arezzo, con insediamenti etruschi e romani, che costituiscono un sistema archeologico articolato e di grande valore, nell'ultimo quindicennio oggetto di indagini.
L’esame delle condizioni necessarie per la realizzazione del Parco archeologico ha evidenziato i seguenti interventi: una proposta di estensione complessiva del parco medesimo, costituita dalla rete dei monumenti con le pertinenze rispettive; l’infrastrutturazione necessaria, per la rete idraulica e viaria; i lavori di manutenzione e conservazione dei monumenti e di sistemazione architettonica e ambientale degli accessi agli stessi; l’indicazione delle indagini archeologiche funzionali al completamento delle conoscenze acquisite nel corso degli interventi recenti e alla pianificazione di interventi successivi; l’indicazione degli interventi per la fruizione e la comunicazione, comprendendo sia i sussidi di orientamento e di divulgazione all'interno dell'area del parco (segnaletica) sia gli strumenti di comunicazione e di promozione veri e propri (marchio, prodotti editoriali, depliant e programmi delle attività); una progettazione urbanistica di cornice e la ridefinizione degli strumenti urbanistici per alcune aree.
Le opere e le progettazioni proposte realizzano un sistema territoriale costituito da una rete di monumenti e dalle pertinenze relative, collegati tra loro e ai musei cittadini da un sistema di percorrenza turistica organico e articolato, in cui capisaldi del sistema sono l'area del Sodo e i musei, ai quali spetta il ruolo di centri di arrivo e accoglienza dei visitatori.
Tutte le emergenze archeologiche, partendo dalla dimensione storico – territoriale e funzionale accertata, trovano una logica collocazione, che consente un nuova lettura del territorio e fa emergere la continuità significativa tra i caratteri ambientali, paesaggistici e storico archeologici che caratterizzano ancora oggi l'unità complessiva di insediamenti e natura nell'area di Cortona.
In definitiva, il progetto consolida, intervenendo sui suoi elementi più significativi, un sistema territoriale nel quale non si distinguono parti di maggiore o minore importanza, ma piuttosto si riconoscono valori di lunga durata.
Per quanto riguarda quindi il percorso parco, la sperimentazione è stata centrata sull’area del Tumulo del Sodo Due, per continuità con la progettazione dei prototipi (calco scalinata in scala 1:1, mappa tattile e pannelli), e perché è un’area territorialmente circoscritta, indicata nel progetto del parco come uno degli accessi principali e punto informativo del parco nel complesso.
Poiché l’area è all’esterno, la collocazione di prototipi olfattivi non sarebbe stata efficace (la durata nel tempo della profumazione diminuisce, anche perché soggetta agli agenti atmosferici; inoltre si disperde troppo nell’atmosfera); essendo però indicato, come uno degli obiettivi di progettazione del parco, l’integrazione di monumenti antropici e qualità ambientale, il percorso olfattivo è stato effettuato con il ricorso alle piante, usate dagli etruschi o a loro note, compatibili con l’ecosistema relativo all’area del tumulo (quota altimetrica, tipo di zona per quanto riguarda la vegetazione, natura del terreno), nell’ipotesi di effettuare una piantumazione delle essenze individuate, e ricavare un percorso con apparato didattico nell’area del tumulo, una volta completati i lavori di scavo e infrastrutturazione.
Un esperto botanico, sulla base delle ricerche sulla civiltà etrusca [5] e sulla base di sopralluoghi, ha indicato quali essenze sono proponibili nell’area, ma anche sono utilizzabili in una struttura chiusa, per la riproduzione di ambienti a scopo didattico, o quali strumenti di corredo (ad esempio nella parte del museo di Cortona dedicata all’ambiente e al territorio, l’uso delle piante vere può illustrare efficacemente il tipo di vegetazione).
Il doppio possibile uso delle essenze selezionate è stato esemplificato praticamente nell’allestimento di Arezzo, tecnicamente un allestimento indoor, che però riproduce allusivamente una possibile sistemazione dell’area vera e propria del Tumulo del Sodo due.
Il metodo della scelta per le essenze vegetali è basato sia su informazioni bibliografiche che paleobotaniche. Le specie sono alcune spontanee, altre coltivate dagli Etruschi; tutte però rivestono un ruolo o officinale, o alimentare, o documentario, ruoli che riprendono i temi individuati dai prototipi olfattivi (“cucina/alimentazione”, “medicina/cosmesi/cura del corpo”, “riti funerari”).
Di seguito si dà, per ogni pianta selezionata, una scheda descrittiva, indicante nome scientifico, famiglia di appartenenza, nome volgare (con riferimento al nome della tabella riassuntiva del capitolo tre), distribuzione, fenologia (periodo di fioritura), ecologia della specie, descrizione della specie, usi generali. Le schede sono la base botanica per la costruzione di materiale didattico (pannelli, brochure), dove l’ultima voce, relativa agli usi, può essere ampliata con notizie più specifiche relative all’uso che ne facevano gli Etruschi. [6]
Per quanto riguarda l’allestimento di Arezzo, sono state scelte, tra quelle indicate, le essenze ulivo, biancospino, fico, cipresso, quercia, tifa, pulegio e rosmarino.
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Quercus pubescens Willd. |
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Famiglia |
Fagaceae. |
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Nome volgare |
Roverella. (*Quercia) |
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Distribuzione |
Specie diffusa principalmente nell'Europa centro meridionale fino all’Asia minore. In Italia è diffusa in tutto il territorio, anche se è assente nella pianura padana ed altre piane alluvionali. |
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Fenologia |
Fiorisce da aprile a maggio. |
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Ecologia |
Specie di stazioni secche e calde di latifoglie eliofile; è indifferente alla natura del substrato, anche se preferisce i terreni calcarei, aridi e rocciosi. Si ritrova da 0 a 1200 m. di altitudine. |
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Descrizione |
Albero che può raggiunge i 25 m. di altezza. Il tronco, eretto alla base, si dirama a formare una chioma cupuliforme irregolare. Il tronco e i rami sono rivestiti da una corteccia di colore grigio-bruno o nerastro, molto rugosa e fessurata. I giovani rametti sono ricoperti da peli biancastri. Le foglie, caduche, alterne e picciolate, hanno una lamina oblanceolata (4-8 X 5-10 cm.) con 5-7 lobi per lato. La pagina superiore della foglia è verde e glabra, mentre quella inferiore è più pallida e talora tomentosa. I fiori sono unisessuali. Quelli maschili sono riuniti in amenti cilindrici, lassi e penduli; i femminili sono peduncolati o sessili, singoli o riuniti a gruppi. Il frutto, la ghianda, è un achenio liscio, ovoide, di colore bruno lucido a maturità e ricoperto nella parte inferiore da una cupola. La cupola, è formata da piccole squame di uguale dimensione, embricate come le tegole di un tetto, in modo da formare una superficie esterna quasi liscia. |
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Usi |
La roverella viene impiegata per la produzione di legna da ardere o per fare il carbone. Il suo legno di difficile lavorazione, è usato per fare doghe, travature, traversine ferroviarie e costruzioni navali. Il frutto della roverella è un alimento molto apprezzato da alcuni animali mentre la frasca era usata come foraggio. Studi paleontologici testimoniano che le ghiande erano mangiate dagli uomini primitivi, ma l’uomo è ricorso ad esse anche in epoche successive, durante le carestie. |
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Olea europaea L. |
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Famiglia |
Oleaceae. |
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Nome volgare |
Olivo. (Olivo) |
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Distribuzione |
Specie coltivata, diffusa e caratteristica del bacino del Mediterraneo. In Italia è comune e diffusa lungo tutte le coste, e nell’interno fino alla fascia submediterranea dell’Appennino, con l’esclusione dell’alto adriatico settentrionale. |
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Fenologia |
Fiorisce da aprile a giugno. |
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Ecologia |
Specie frugale, di lento accrescimento e longeva, predilige i terreni calcarei e vulcanici e può raggiungere età plurisecolari. Sopporta bene la siccità prolungata, ma tollera male il gelo. L’olivo discende dall’olivastro (olivo selvatico). La domesticazione sembra sia stata avviata non meno di 5000 anni fa. Si ritrova da 0 a 900 m. di altitudine. |
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Descrizione |
Albero che può raggiungere i 10 m. di altezza, con chioma espansa ed irregolare, grigio argentata. Il tronco inizialmente cilindrico e dritto, diviene con l’età possente, contorto, nodoso, più o meno scavato all’interno. La corteccia è grigia, prima liscia e poi fessurata in placche. Le foglie semplici, persistenti, opposte, intere e brevemente picciolate hanno forma ellittico-lanceolata (4-8 X 1-2 cm.); la pagina superiore è di colore verde scuro e glabra, l’inferiore è bianco-argentea con peli stellati. I fiori, di colore bianco, sono ermafroditi e riuniti in pannocchie all’ascella delle foglie. Il frutto, l’oliva, è una drupa carnosa più o meno rotonda o allungata, verde da acerba, nera e lucida a maturazione. Il nocciolo affusolato è molto legnoso e rugoso in superficie. |
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Usi |
L’uso dell’olivo è antichissimo, noto a tutte le più antiche civiltà del Mediterraneo, ed è verosimile che abbia avuto origine indipendente e parallela nelle diverse zone; da questo il permanere dell’olivo come pianta o dell’olio negli usi religiosi presso diversi popoli mediterranei. Il legno è durissimo e suscettibile di levigatura; trova impiego in lavori fini di ebanisteria, pavimenti e rivestimenti, intarsio e tornio, ed è pregiato come combustibile. I frutti commestibili forniscono il miglior olio vegetale con spiccate proprietà alimentari ed emollienti. I residui della spremitura, “le sanse”, si usano per fare mangimi o come combustibile. Dalle foglie dell’olivo si ottengono dei preparati medicinali con proprietà febbrifughe, astringenti, antisettiche e regolatrici della pressione sanguigna. |
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Cupressus sempervirens L. |
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Famiglia |
Cupressaceae. |
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Nome volgare |
Cipresso. |
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Distribuzione |
Specie originaria dei paesi del Mediterraneo orientale e dell’Asia minore, altrove è stata introdotta dalla più remota antichità. Si deve proprio alle sue proprietà balsamiche e al suo impiego rituale nel culto dei morti il fatto che la pianta abbia seguito l’uomo in tutti i suoi spostamenti attorno al bacino del Mediterraneo. In Italia è stata introdotta probabilmente dai Fenici ed è diffusa in tutta la penisola. |
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Fenologia |
Fiorisce da febbraio a maggio. |
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Ecologia |
Specie longeva, termofila, xerofila, mediamente eliofila, molto frugale e indifferente al substrato. Si ritrova da 0 a 800 m. di altitudine. |
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Descrizione |
Albero sempreverde che può raggiungere i 30 m. di altezza, con la chioma compatta stretta e colonnare oppure largamente piramidale (var. horizontalis). Il tronco è diritto, slanciato e ramoso fin dal basso. La corteccia, grigio-cinerea, è fibrosa e fessurata per il lungo. Le foglie, squamiformi, lunghe fino ad 1 mm. e di colore verde scuro, sono opposte e strettamente appressate ai rametti. Presentano una ghiandola dorsale, responsabile dell’aroma d’incenso che emanano quando vengono strofinate. I fiori sono unisessuali, presenti sulla stessa pianta; i maschili riuniti in coni terminali di colore giallo, i femminili riuniti in strobili globosi laterali purpureo-verdastri. Il frutto, galbulo, è formato dalle brattee dell’infiorescenza femminile che si trasformano in squame legnose. Il frutto matura dopo due anni e diviene da verde a giallastro grigio. Le squame si aprono per permettere la fuoriuscita dei semi alati. |
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Usi |
Il nome del genere ricorda il giovane Ciparissio, che uccise, per errore, un piccolo cervo, da lui allevato con amore; la pianta gli fu dedicata e divenne uno dei simboli della morte. Viene largamente usato in selvicoltura: per rimboschimenti, alberature stradali e fasce frangivento. Il legno, a grana fine e compatta, è duro e di grandissima durata; è molto apprezzato per la costruzione di mobili e serramenti, per lavori al tornio e di ebanisteria; per il suo odore aromatico tiene lontane le tarme. Dai frutti e dai rametti giovani con le foglie si ottengono dei preparati medicinali con proprietà astringenti e vasocostrittrici. E’ per le sue proprietà balsamiche che i medici greci e romani prescrivevano ai malati di polmoni un soggiorno a Creta, sotto le chiome dei cipressi selvatici. Dai rametti si estrae l’oleum cupressi, impiegato per alleviare le malattie da raffreddamento. |
Rosmarinus officinalis L. |
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Famiglia |
Labiatae. |
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Nome volgare |
Ramerino. (Rosmarino) |
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Distribuzione |
Specie diffusa nelle coste del bacino del Mediterraneo. In Italia si ritrova nelle isole e lungo tutte le coste della penisola; in tutto il resto del territorio è comunemente coltivata per uso culinario e spesso subspontanea. |
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Fenologia |
Fiorisce da aprile ad agosto. |
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Ecologia |
Specie caratteristica delle macchie, delle garighe e dei boschi delle zone rivierasche su substrato calcareo. Si ritrova da 0 a 800 m. di altitudine. |
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Descrizione |
Cespuglio, con profumo aromatico intenso, che può raggiungere i 2 m. di altezza. I rami, prostrati alla base e poi ascendenti, hanno la corteccia bruno-chiara, che si sfoglia in basso in strisce longitudinali. Le foglie, coriacee, persistenti, sessili e riunite a due a due nei nodi, sono lineari (2-3 X 15-28 mm), revolute sul bordo e di colore verde scuro. Queste sono lucide nella pagina superiore e bianco tomentose nella pagina inferiore. I fiori, ermafroditi e di colore azzurro-chiaro o lilla, sono riuniti in racemi all’ascella delle foglie. Il frutto è composto da quattro acheni, ovoidali, con la superficie liscia, di colore bruno e racchiusi all’interno del calice persistente. |
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Usi |
Questa specie, diffusa e caratteristica componente della macchia bassa e gariga mediterranea, è stata impiegata fin dall’antichità come pianta officinale, aromatica e per condimento. Dai rametti giovani con foglie si ricavano dei preparati medicinali con proprietà digestive, antispasmodiche, diuretiche, balsamiche, antisettiche, rubefacenti e stimolanti. Dal rosmarino si ottengono un olio essenziale ed estratti utilissimi in profumeria e cosmesi, liquoreria e in farmacia. |
Thymus vulgaris L. |
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Famiglia |
Labiatae. |
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Nome volgare |
Timo. (Timo) |
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Distribuzione |
Specie diffusa nel bacino occidentale del Mediterraneo. In Italia è distribuita nella parte centro e nord occidentale della penisola (Campania, Umbria, Toscana, Liguria e Piemonte); spesso è stata coltivata ed è divenuta subspontanea in altre regioni italiane. |
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Fenologia |
Fiorisce da maggio a giugno. |
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Ecologia |
Si trova in garighe e pendii aridi e soleggiati e preferisce le zone vicino al mare. Si ritrova da 0 a 800 m. di altitudine. |
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Descrizione |
Piccolo arbusto, con odore aromatico, che può raggiungere i 30 cm. di altezza, con un robusto apparato radicale da cui si diparte il fusto ampiamente ramificato e strisciante, radicante ai nodi. Il fusto, legnoso alla base, è coperto da una corteccia di colore cenerino. Le foglie, semplici e fornite di ghiandole puntiformi, sono di forma da lineare a lanceolata, con lunghezza di 1 cm. e con ciglia patenti sui bordi. I fiori, ermafroditi e di colore biancastro o rosa, sono riuniti in infiorescenze all’apice dei rami. Il frutto è composto da quattro acheni subsferici, di colore marrone, inseriti al fondo del calice. |
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Usi |
La diffusione dell’impiego alimentare del timo è dovuta non solo alle caratteristiche aromatizzanti, ma anche a quelle antisettiche, che contribuiscono a prolungare la conservazione del cibo. Dalle sommità fiorite si ottengono dei preparati medicinali con proprietà digestive, balsamiche e antisettiche. In cosmesi popolare, fumenta brevi (fumigazioni con acqua bollente e una manciata di Timo, tenendo ben chiusi gli occhi per evitare irritazioni) vengono usate per l’azione defatigante sul viso. |
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Crataegus monogyna Jacq. |
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Famiglia |
Rosaceae. |
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Nome volgare |
Biancospino. (Biancospino) |
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Distribuzione |
Il biancospino è diffuso nel continente europeo, asiatico e nel nord Africa. In Italia è presente e comune in tutto il territorio. |
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Fenologia |
Fiorisce da aprile a maggio. |
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Ecologia |
Specie dei boschi aperti e dei cespuglieti, preferisce i terreni calcarei. Si ritrova da 0 a 1500 m. di altitudine. |
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Descrizione |
Arbusto o albero, con spine lunghe 2 cm sui rami, che raggiunge un’altezza fino a 6 m. Il fusto, contorto e spesso ramificato fin dalla base, ha la corteccia di colore bruno-rossastro, che si sfalda a placche; i rami giovani hanno la corteccia liscia e grigiastra. Le foglie (2-4 X 2-4 cm), caduche e picciolate, sono alterne o spiralate e con 1-4 incisioni per lato, talvolta profonde; queste, di colore verde-grigiastro, sono leggermente tomentose nella pagina inferiore. I fiori, di colore bianco, sono ermafroditi, e riuniti in corimbi multiflori su peduncoli lanosi e pubescenti. I frutti sono pomi, carnosi, sferici e rossi, ma sono in realtà dei falsi frutti. I pomi contengono infatti all’interno un nocciolo, che è il vero frutto, con un solo seme. La disseminazione è affidata agli uccelli, che si cibano dei pomi. |
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Usi |
I rami fioriferi erano usati nell’antica Grecia per adornare gli altari durante le cerimonie nuziali. Il biancospino veniva spesso usato nella formazione delle siepi che delimitano i terreni agricoli. Il legno, molto compatto e duro, ma di difficile fenditura, viene impiegato per lavori al tornio. I pomi possono essere utilizzati per preparare marmellate. Dai rami fioriferi, dai pomi e dalla corteccia si ottengono dei preparati medicinali con proprietà vasodilatatorie, ipotensive, antidiarroiche e astringenti. I preparati dei fiori e delle foglie trovano impiego in cosmesi nella cura delle pelli grasse. |
Mentha pulegium L. |
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Famiglia |
Labiatae. |
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Nome volgare |
Menta poleggio. (*Pulegio) |
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Distribuzione |
Si trova quasi in tutte le aree del mondo. In Italia è presente su tutto il territorio. |
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Fenologia |
Fiorisce da maggio a settembre. |
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Ecologia |
Specie diffusa nei luoghi freschi, quali sponde, alvei, stagni effimeri e ambienti inondati in primavera e disseccati in estate. Si ritrova da 0 a 1200 m. di altitudine. |
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Descrizione |
Pianta erbacea perenne, con odore penetrante, che può raggiungere i 60 cm. di altezza. Il fusto, più o meno peloso agli angoli e a sezione subquadrata, è eretto, generalmente arrossato e semplice. Le foglie, picciolate e opposte a due a due, hanno lamina di forma lanceolata a lanceolato-lineare (3-7 X 12-20 cm.); il margine è intero o dentellato. I fiori, ermafroditi e di colore roseo, sono riuniti in infiorescenze a verticilli subsferici all’ascella delle foglie, nella porzione superiore del fusto. I frutti sono costituiti da quattro acheni ovali, di colore marrone chiaro, racchiusi nel calice persistente. |
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Usi |
Le foglioline del poleggio vengono usate per insaporire insalate e verdure crude o cotte; inoltre servono per odorare gli ambienti e tenere lontano gli insetti. Dalle sommità fiorite si ricavano dei preparati medicinali con proprietà digestive, antifermentative intestinali, antispasmodiche, antisettiche. Per uso cosmetico gli infusi di menta hanno una funzione tonica leggermente astringente e rinfrescante sulle pelli irritabili. |
Ficus carica L. |
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Famiglia |
Moraceae. |
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Nome volgare |
Fico. (*Fico) |
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Distribuzione |
Specie delle zone desertiche e subdesertiche del bacino del Mediterraneo e dell’Asia centrale. In Italia è presente su tutto il territorio; è spontanea probabilmente nel centro, nel sud e nelle isole e diffusa per coltura al nord. |
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Fenologia |
Fiorisce da giugno ad agosto. |
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Ecologia |
Specie dei muri e delle rupi ombrose. Si ritrova da 0 a 800 m. di altitudine. |
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Descrizione |
Specie arborea con fusto sinuoso, contorto e ramificato fin dalla base che può raggiungere i 10 m. di altezza. La corteccia, di colore grigiastro, è liscia. Le foglie (5-10 X 8-15 cm.), caduche, semplici e con picciolo, hanno una lamina con 5-3 lobi palmati, ruvida, a contorno ovale e margine dentato. La pagina superiore è di colore verde intenso, mentre quella inferiore è abbondantemente pelosa e biancastra con le nervature in rilievo. I fiori, di colore bianco, sono unisessuali e riuniti in un’infiorescenza ovoidale chiamata siconio. Il fico è un frutto composto, dove nella cavità interna si trovano tante piccole drupe, mentre la parte carnosa è formata dalla trasformazione dell’asse dell’infiorescenza. |
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Usi |
Il fico è una pianta nota fin dai tempi più remoti, conosciuto anche dagli antichi Egizi e dagli Ebrei; basti citare l’episodio della Genesi in cui Adamo ed Eva cercano di proteggere la loro nudità dietro le grandi foglie di quest’albero. Nella Grecia antica il fico era sacro a Dioniso, il Bacco dei Latini; ora è una pianta sacra per la religione buddista e per quella musulmana. Il legno molto tenero ha scarse applicazioni e non è un buon combustibile; veniva usato per fare le stecche dei metri. I frutti, raccolti a piena maturazione, possono essere mangiati sia freschi che secchi, e sono utilizzati per la produzione di marmellate e brandy. I frutti hanno anche proprietà terapeutiche, usati nella cura delle malattie della pelle e della stipsi. Il decotto di fichi secchi è un buon emolliente per la gola e un sedativo della tosse. Il lattice, emesso dai piccioli delle foglie, può eliminare i porri, le verruche e i calli, anche se deve essere impiegato in piccole dosi e con estrema cautela. Le foglie possono produrre reazioni allergiche al semplice contatto. |
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Typha latifolia L. |
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Famiglia |
Typhaceae. |
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Nome volgare |
Lisca maggiore. (Tifa) |
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Distribuzione |
Si trova in tutte le aree del mondo. In Italia è presente su tutto il territorio. |
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Fenologia |
Fiorisce da giugno ad agosto. |
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Ecologia |
Specie di ambienti umidi quali paludi, stagni e fossi. Si ritrova da 0 a 2000 m. di altitudine. |
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Descrizione |
Pianta erbacea perenne che può raggiungere i 2,5 m. di altezza. Il fusto, eretto e semplice, si diparte da un rizoma sotterraneo allungato. Le foglie, lunghe fino a molti decimetri, sono lineari, parallelinervie, erette e di colore verde bluastro. Le foglie superiori superano l’infiorescenza. I fiori, unisessuali e riuniti in un’infiorescenza a spadice, si trovano sulla stessa pianta; i maschili in un’infiorescenza cilindrica lunga fino a 25 cm. e i femminili in un infiorescenza contigua lunga altrettanto, ma più stretta. Il frutto contiene un solo seme provvisto di un pappo formato da lunghi peli. |
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Usi |
I frutti cotonosi di questa pianta venivano usati per imbottire i materassi, mentre con le foglie, impermeabili, si intrecciavano ceste e sedie, e si fabbricavano piccole imbarcazioni. Le infruttescenze sono oggi apprezzate come elementi decorativi per composizioni secche. Teofrasto attesta l’uso greco di utilizzare la parte tenera delle radici della tifa come nutrimento specifico dei bambini, ed è probabile che anche gli etruschi conoscessero tale pratica. |
Rosa canina L. sensu Bouleng |
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Famiglia |
Rosaceae. |
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Nome volgare |
Rosa selvatica. (Rosa canina) |
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Distribuzione |
La specie si ritrova in Europa, in Asia e nel Nord Africa. In Italia è presente su tutto il territorio ed è la specie più comune fra le rose selvatiche. |
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Fenologia |
Fiorisce da maggio a luglio. |
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Ecologia |
Specie delle boscaglie, delle radure, delle macchie e dei cespuglieti. Si ritrova da 0 a 1500 m. di altitudine. |
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Descrizione |
Arbusto che può raggiungere i 2-2,5 m. di altezza. Il fusto, legnoso e ramificato alla base, è cosparso di robuste spine arcuate. I numerosi rami sono ricurvi e spesso ricadenti. La corteccia dapprima di colore verde diventa bruno grigiastra nella pianta adulta. Le foglie, alterne, caduche o semipersistenti, sono picciolate e composte da 5 a 9 foglioline ovali, acute all’apice e col margine dentellato. I fiori, di colore roseo, sono ermafroditi, solitari o riuniti a tre. Il frutto è il cinorrode, che è in realtà un falso frutto piriforme di colore rosso ed è costituito dagli acheni, i veri frutti, e dal rivestimento carnoso, che si origina dalla trasformazione del ricettacolo. |
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Usi |
Il nome specifico “canina” deriva da un’antica credenza popolare, secondo la quale la radice della pianta possiede proprietà curative contro la rabbia dei cani. I frutti, oltre a costituire un alimento per alcuni animali selvatici, sono commestibili anche per l’uomo. Con i petali dei fiori si preparano delle tisane contro i disturbi intestinali. Il decotto e la tintura vinosa dei frutti sono indicati come astringenti e impiegati contro le affezioni dell’apparato respiratorio. In cosmesi il frullato dei frutti freschi, che devono subire un complicato e minuzioso trattamento, è usato come maschera di bellezza. |
I prototipi nel loro complesso (corretti, invariati e nuovi) sono stati composti ad Arezzo come una scenografia complessiva, curata in ogni dettaglio, allusiva sia ad una possibile collocazione esterna, che ad una ricostruzione in ambiente chiuso.
I prototipi, collocati in strutture autoportanti a totem, sono stati distribuiti secondo una disposizione su due lati [7] a ferro di cavallo, al centro della quale si imponeva l’evidenza della riproduzione della scalinata-altare.
Il piano di calpestio è stato coperto da sabbia e terra, delimitando i percorsi di visione ravvicinata dei prototipi, senza però creare, tramite un sentiero o cordonature, un percorso obbligato in successione, per lasciare libertà di percorrenza e di visione/esplorazione al visitatore.
Le essenze vegetali selezionate sono state inserite nella terra, a significare la possibile piantumazione nell’area del tumulo.
L’illuminazione è stata studiata per un effetto di suggestione notturna, con luci focalizzate per mettere in risalto le cromie dei prototipi; una luce quindi non imitativa ma d’effetto, e volutamente meno intensa della normale illuminazione museale, ricca di giochi di ombra e luce per evitare un appiattimento da “sala operatoria”.
La comunicazione ha proposto una nuova opzione: a parte le legende poste sulle mappe tattili e i pannelli, si è preferito comporre un apparato testuale più ampio in un quaderno, un’ipotesi di guida di accompagnamento alla visita, sulla base della quale il visitatore può avere una visione d’insieme degli oggetti esposti, e scegliere quali vedere da vicino, quali approfondire e quali eventualmente tralasciare, nell’idea di offrire livelli diversificati di informazioni e di approfondimento.
Il quaderno era disponibile, con lo stesso testo, sia a stampa, che stampato in braille; questa soluzione non è l’unica possibile, per il pubblico ipovedente o non vedente: si possono infatti progettare piani a ribalta o a scomparsa per supportare i testi braille, una sorta di opzione intermedia tra la didascalia e il quaderno.
Durante la fiera di Arezzo è stata predisposta anche la possibilità di visite guidate, effettuate da personale specializzato, secondo le indicazioni già esposte relativamente a Ferrara.
Appendici al capitolo 7: Quaderno per "Museum image" Arezzo 2002
[1] Cfr. Appendici, Scheda informativa Arezzo.
[2] Cfr. capitolo tre.
[3] M. Torelli, cit.
[4] Cfr. capitolo 4.
[5] Cfr. capitolo tre. Il dottor P. Castagnini è il botanico responsabile.
[6] Come indicato nel capitolo tre.
[7] Ma vedi la pianta dell’allestimento, inserita nella brochure di guida dello stand, nelle appendici, Quaderno per “Museum image”.