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La fase di valutazione dei prototipi è avvenuta all’interno dello stand presente al salone di Ferrara “Restauro 2002”, attraverso la somministrazione di un questionario [1] accompagnato da interviste analitiche: poiché infatti la proposta di suggestioni olfattive, in base alle ricerche effettuate in precedenza, [2] è quasi totalmente nuova, nei termini in cui il progetto l’ha ipotizzata, ossia di costruzione di ambienti olfattivi nuovi che integrino il consueto percorso visuale, è sembrato opportuno ottenere maggiori informazioni dai pubblici potenziali, attraverso lo stimolo al dialogo sul tema, in aggiunta, ovviamente, alle domande del questionario. [3]
Il questionario è stato pensato uguale per tutti, in base ad uno dei punti fermi del progetto Archaeology without barriers, ossia il non creare esclusioni, ghettizzazioni e percorsi separati. [4] Quindi anche la lettura dei risultati è unitaria; tuttavia, dove necessario, e segnatamente nella seconda e terza sezione, si dà conto in modo specifico delle risposte del pubblico disabile, per evidenti ragioni di valutazione mirata dei prototipi.
Il questionario è stato articolato in tre sezioni: una prima sezione anagrafica, attraverso la quale si è voluto raccogliere informazioni sulla tipologia di pubblico museale (titolo di studio, professione, frequentazione di spazi per la fruizione culturale); una seconda sezione, denominata “allestimenti e barriere”, in cui all’intervistato sono state chieste osservazioni sulla predisposizione e adeguamento delle strutture museali al pubblico disabile, in primo luogo per avere un feedback sulla sensibilità al problema e predisporre l’intervistato alle domande della sezione successiva, in secondo luogo per valutare l’esistenza di altre esperienze non scaturite dall’indagine preliminare; la terza sezione chiedeva, a vari livelli, opinioni, commenti e giudizi sui prototipi presentati.
La rilevazione, sia dei questionari che delle interviste, è intervenuta dopo la visita guidata ai prototipi allestiti nello stand, e dopo la consegna della scheda informativa. [5] La visita guidata, con spiegazioni sul progetto e sui prototipi, è stata effettuata da personale coinvolto nel progetto, quindi in grado di mettere a punto quel tipo di coinvolgimento mirato di cui si è detto nel paragrafo 5.3: si è preferito dare più spazio alle spiegazioni verbali piuttosto che ai testi scritti sia per dare la possibilità a ciascuno di interessarsi, approfondire e chiedere spiegazioni su quanto lo poteva interessare personalmente (si ricordi che la valutazione è stata fatta su un pubblico casuale, ma all’interno di un salone specializzato sui beni culturali), sia perché la stessa Associazione VAMI aveva indicato come preferenziale la voce di un accompagnatore/guida rispetto ad ausili sonori, per quanto riguarda il pubblico di non vedenti.
Poiché inoltre lo spazio era limitato, e in esso i prototipi concentrati in poco spazio, si è ritenuto opportuno non appesantire eccessivamente la visita con un apparato testuale esorbitante; è ovvio che la localizzazione dei prototipi all’interno del percorso museale, dove è presente tutto l’apparato di spiegazione, e i pezzi originali allestiti, permette una diversa gestione della quantità e qualità dei contenuti informativi e didattici.
Infine, ai fini della prima valutazione, si è ritenuto opportuno lasciare la percezione e la suggestione degli odori il più possibile spontanea e individuale, non condizionata a priori da una spiegazione testuale.
Sono stati distribuiti in totale 27 questionari, di cui ne sono stati compilati 13, con un numero analogo di interviste.
Al questionario ha risposto, sul totale, una prevalenza femminile del campione (9 donne, 2 uomini, 2 senza risposta), di età compresa tra i 20 e i 50 anni (6 tra i 20-30, 4 tra i 31-40, 3 tra 41-50), tutti dotati almeno del titolo di studio superiore, ma in prevalenza laurea e titolo post-laurea.
La gamma delle professioni indica, in consonanza con le premesse, una prevalenza di “addetti ai lavori”: chi ha risposto alla domanda ha indicato architetto, restauratore, archeologo, ricercatore.
Paola [6] ha compiuto studi classici, quindi, per sua stessa ammissione, era molto interessata al tema della civiltà etrusca; Roberto, invece, si è dichiarato estraneo, per formazione personale, al tema, quindi con maggiori difficoltà soprattutto nella comprensione dei motivi di presentazione di prototipi riferiti a determinati reperti etruschi: ad esempio, il motivo per cui sono stati presentati calchi di vasellame (l’importanza dello studio della produzione fittile in archeologia), è stato compreso solo dopo una spiegazione verbale.
Come già detto, la tipologia di pubblico, dato il luogo in cui è stata effettuata la valutazione, è risultata di forti frequentatori di mostre/musei/parchi (domande 5, 6 e 7 “che tipo di spazi/ambienti per attività culturali espositive frequenta; lo scorso anno quanti, tra musei, gallerie, esposizioni, parchi attrezzati, ha visitato; la maggior parte dei musei/gallerie/parchi che ha visitato erano – opzioni di risposta: territorio comunale, provinciale, regionale, nazionale, internazionale”), con una prevalenza di numero di luoghi visitati tra 5-10 e 10-20; una sola persona ha risposto tra 1-5.
Paola e Roberto hanno indicato biblioteche e archivi (Paola), e la frequentazione di musei, nel territorio regionale, aggiungendo che la maggior parte dei luoghi visitati erano tra quelli specificamente pensati, interamente o con sezioni specifiche, per non vedenti.
Questa sezione è stata impostata su un “crescendo” che corrisponde ai tre livelli di barriere alla fruizione dei musei da parte del pubblico con disabilità, individuata come ipotesi di lavoro dal progetto Archaeology without barriers. Scopo della sezione era di valutare, oltre all’oggettiva esistenza/o scarsità degli adeguamenti, l’attenzione che un pubblico medio ha attualmente, al problema, in sintonia con le indicazioni europee e internazionali, di sensibilizzare l’opinione pubblica sulle problematiche di disabilità, pari opportunità di accesso, arricchimento attraverso la valorizzazione delle differenze. [7] A questo scopo, le domande di questa sezione sono state formulate in modo soggettivo, chiedendo cioè ricordi e osservazioni personali, per non forzare l’intervistato facendolo sentire inadeguato (problema della soggettività nei rilevamenti di opinione).
La domanda 8 chiedeva all’intervistato di indicare, a sua memoria, quali e quanti tra gli spazi per attività culturali espositive, da lui visitate, fossero prive di barriere architettoniche; gli intervistati hanno risposto in prevalenza “alcune” (6 risposte, di cui 3 hanno indicato musei effettivamente attrezzati); 2 risposte hanno indicato “tutti i luoghi”, le rimanenti 5 si dividono tra “non ricordo”, “non ho notato”, “nessuna”.
La domanda 9, costruita come la precedente, chiedeva invece se l’intervistato ricordava di aver notato, quali spazi espositivi erano predisposti da un punto di vista dell’allestimento, anche per portatori di disabilità, ossia valutazione dell’altezza da terra della collocazione delle opere a parete e nelle vetrine/bacheche, altezza delle didascalie e dei supporti didattici, illuminazione degli ambienti e delle vetrine, ampiezza del percorso di visita tra gli oggetti esposti, ecc.; in questo secondo livello, mentre 4 risposte hanno evidenziato la disattenzione al problema (2 risposte “non ricordo”, 2 “non ho notato”), 3 persone hanno risposto negativamente (nessuna), mentre 4 persone hanno risposto “alcune”, e di queste un solo intervistato ha indicato i nomi di musei esteri.
La domanda 10, strutturata come le precedenti in termini di ricordo o osservazione, si riferiva al livello della comunicazione e della didattica (presenza di audioguide specifiche, visite guidate specifiche, layout di pannelli e didascalie, uso del braille, uso di plastici, maquette e calchi, ecc.); 6 risposte hanno indicato che nessuna struttura è predisposta da questo punto di vista, una sola risposta ha indicato “alcune” (ma senza dare i nomi delle strutture nel campo apposito), 2 risposte “non ricordo”, 2 risposte “non ho notato”.
Le risposte alle domande della sezione allestimenti e barriere (concepite quindi volutamente in un crescendo di specializzazione, secondo i presupposti del progetto, di attenzione alle tematiche di accesso per disabili, accesso non soltanto inteso in senso fisico, ma di accesso alle informazioni) rispecchiano appunto un equivalente crescendo di assenza degli adeguamenti delle strutture espositive (prevalenza di “alcune” per l’abbattimento delle barriere architettoniche, situazione quasi paritaria tra “alcune” e “nessuna” per quanto riguarda il percorso di allestimento, prevalenza di “nessuna” per quanto riguarda la ricerca sulla comunicazione e didattica), come forse era quasi ovvio aspettarsi; ma testimoniano anche, nel giudizio di un pubblico specializzato, il senso di una posizione arretrata dell’Italia rispetto ad altri paesi su queste tematiche, dovuta, in parte, alla tipologia prevalente di spazio museale sul suolo italiano, ospitato sovente in un volume storico (quello originario o altro), il che complica gli adeguamenti strutturali e infrastrutturali; inoltre, ed è un’interpretazione di cui ci si assume la responsabilità, testimoniano una rigidità progettuale e comunicativa maggiore nel nostro paese, dove con ritardo rispetto ad altri luoghi, si è avvertita la necessità di avviare politiche di ascolto del pubblico e di attrazione di nuovi pubblici, forse proprio per la quantità di patrimonio presente sul suolo nazionale.
L’impostazione delle domande in termini soggettivi e colloquiali, e le interviste condotte in termini di dialogo, hanno dato conto poi di un altro punto fondamentale, la mancanza di attenzione al problema, da parte del pubblico cosiddetto “normale” (e questo punto è l’unico della relazione in cui, consapevolmente, si usa questa espressione ghettizzante e discriminatoria); si intende dire che un pubblico tra l’altro di addetti o professionisti attivamente coinvolti nelle attività di valorizzazione del patrimonio, richiamato all’attenzione sulle problematiche di accesso, ha confermato (va detto peraltro in modo consapevole della propria “colpevolezza” e negligenza) la generale disattenzione al problema, e lo sforzo necessario, sia sul fronte delle realizzazioni effettive, ma, prima ancora, sullo sforzo da fare nel sensibilizzare l’opinione pubblica al problema.
Dalle interviste è emerso quindi, come commento generale, l’apprezzamento per il progetto Archaeology without barriers, per gli scopi che esso si propone, e, a livello personale per ciascuno, l’apprezzamento per l’essere stati portati a conoscenza di una problematica specifica.
Paola e Roberto hanno visitato luoghi espositivi specificamente pensati per gli ipovedenti, come il museo “Omero” di Ancona. Paola non ha potuto non rilevare che le difficoltà sono notevoli: ci ha citato il caso del museo “Cavazza” di Bologna, museo che presenta le opere d’arte pittoriche a rilievo, per la percezione tattile, costruite secondo una metodologia sperimentale da loro messa a punto; il museo purtroppo (in occasione della visita di Paola) ha sede al secondo piano dell’edificio che lo ospita, e la rampa di scale è molto ripida e di difficile percorribilità...
La terza sezione conteneva domande sui prototipi presentati nello stand. Era possibile dare più di una risposta, in quanto le opzioni possibili fornite coprivano sia giudizi edonici (di gradimento/piacere [8] ), sia giudizi a livello delle informazioni/contenuti fornite, sia indicazioni quantitative, ovviamente soggettive nella percezione. Per ogni domanda è stato previsto uno spazio ampio per commenti liberi, che è stato utilizzato spesso dagli intervistati.
La domanda 11 chiedeva se l’intervistato era riuscito a identificare, e se sì, quali, gli odori dei pannelli; ha ottenuto risposte positive dalla maggioranza degli intervistati: a fronte di una sola risposta negativa (“nessuno”) 6 hanno risposto “tutti”, 4 “alcuni”, indicando in tre casi in modo corrispondente gli ambienti olfattivi proposti, nello spazio apposito.
La domanda 12, nel chiedere che sensazione era stata provata complessivamente per quanto riguarda gli odori, offriva diverse possibilità: dalle indicazioni quantitative (intensità dei singoli odori e loro disomogeneità) alle indicazioni di percezione e gradimento. A questa domanda la prevalenza di risposte è stata “suggestivi” (9), rispetto a 3 “gradevoli”, e 1 “un odore è predominante rispetto agli altri”.
Ciò significa che la composizione delle miscele e i dosaggi, relativamente alla loro diffusione nell’ambiente, sono stati ben tarati; ma significa anche che l’obiettivo della ricerca, di fornire, attraverso gli ambienti olfattivi, non tanto delle informazioni, ma una suggestione, appunto, da integrare con gli oggetti presentati e gli apparati di comunicazione da predisporre opportunamente, è stato correttamente posto e raggiunto, come del resto emerge dalla domanda successiva.
Paola ha indicato la voce “dopo qualche minuto non percepisco più gli odori”; Roberto ha suggerito la costruzione di un possibile percorso, che parta prima dall’odore, poi arrivi all’oggetto da toccare.
La domanda 13 poneva il problema dell’opportunità, o meno, di spiegazioni di commento o a corredo dei pannelli olfattivi (si ricorda che i prototipi sono stati presentati volutamente privi di testi di spiegazione). 3 risposte sono state negative (“sarebbero superflui/di disturbo”, e tra questi un intervistato ha specificato che è preferibile la spiegazione orale), 4 hanno indicato “sì mi incuriosirebbero”, 4 hanno indicato l’utilità, 3 hanno indicato la necessità. Sembra quindi che, secondo i presupposti della ricerca, nell’esperienza del pubblico una percezione fondata sulla suggestione e la curiosità non sia in contrapposizione all’apprendimento di contenuti, attraverso gli oggetti e gli apparati informativi, ma possa coesistere a diversi livelli.
La domanda 14 chiedeva un giudizio non tecnico, ma soggettivo, sulle mappe tattili (che sensazione ha provato): 9 risposte hanno indicato l’opzione “ho provato un modo nuovo di vedere le cose”, mentre 2 risposte hanno indicato “non sono riuscito a ricostruire le informazioni col tatto”. Si ritiene che questa domanda non abbia bisogno di eccessivi commenti, essendo in misura così evidente centrata sul problema dell’educazione dei sensi come training necessario allo sviluppo di una gamma più ampia di possibilità di recepimento di stimoli, cosa confermata anche dalle parole degli intervistati; ma testimonia anche dell’assoluta necessità di sensibilizzare i cittadini sui problemi e le difficoltà che una persona colpita da disabilità incontra nell’esistenza, come può essere, nella fattispecie, la “banale” visione di una mappa.
Paola e Roberto, a proposito delle mappe tattili, hanno invece fornito una valutazione che potremmo definire più tecnica. L’inclinazione e l’altezza da terra delle mappe tattili è stata indicata accettabile, come pure la loro estensione complessiva, e gli spessori dell’incisione; questo tipo di dimensioni è difficilmente generalizzabile su un livello medio che vada bene per tutti, essendo legato alla maggiore o minore sensibilità personale, nonché alle caratteristiche fisiche individuali (l’altezza delle didascalie a parete per Paola era troppo bassa, ma lei stessa ha commentato “io sono più alta della media”).
Entrambi hanno indicato come prioritarie due cose: l’indicazione, attraverso simboli o attraverso una didascalia di accompagnamento, della direzione da seguire nell’esplorazione tattile (un’informazione così costruita: “Inizi a toccare dal margine destro in basso, dove trovi...poi ti sposti verso sinistra...”) e una legenda articolata con la spiegazione dei simboli utilizzati (i prototipi presentati erano mappe, non plastici, per cui utilizzavano una simbologia grafica per le entità rappresentate).
Inoltre sulla didascalia o sulla mappa vanno riportate, quando ci sono, le scale di riferimento, per dare un’idea effettiva delle dimensioni; in caso contrario, è necessario giustificare il motivo del fuori scala.
Paola ha evidenziato la necessità di “accompagnare” il visitatore con un corredo di informazioni continue lungo il percorso, ad esempio “la scalinata riportata in pianta nella mappa tattile del tumulo II del Sodo è quella che si trova riprodotta come calco a grandezza naturale alla tua destra...”, per dare alla persona la maggiore autonomia possibile di movimento, e di scelta di cosa esplorare.
Anche per il mosaico è stata sottolineata la necessità di riportare nella legenda la corrispondenza colori/collocazione delle tessere a diversi spessori.
Il pannello che riproduce le cromie originali della villa di Ossaia, con il tassello a rilievo, va corretto eliminando il tassello, differenziando le cromie con una granulometria e una stesura differente degli intonaci, e riportando queste informazioni in una legenda.
La domanda finale chiedeva agli intervistati di dare una valutazione complessiva all’ipotesi di un museo con prototipi profumati: 7 risposte hanno indicato “positivamente, mi farebbe sentire la civiltà presentata più vicina alla mia esperienza”, 8 risposte hanno indicato “positivamente, aggiungerebbe informazioni sul contesto quotidiano”, 7 risposte hanno indicato “positivamente, renderebbe la visita meno seriosa” (era possibile scegliere più opzioni). Nessuno ha risposto “non so”.
Paola ha puntualizzato che l’idea dell’odore le piace come “sottofondo alla visita”.
Al di là quindi del giudizio assolutamente positivo su un allargamento sensoriale della comunicazione museale, è importante sottolineare l’equa ripartizione tra le opzioni positive: risulta assodata la necessità di pensare il museo come complesso contenitore di informazioni e sensazioni, la cui complessità non va affatto ridotta o incanalata, né pensando ad un pubblico in cui infondere le informazioni, né pensando ai colleghi di disciplina come interlocutori, ma all’allargamento delle possibilità anche in direzione del divertimento e del gioco (come del resto già si fa per le sezioni per bambini). E’ ancora più significativo il fatto che questo giudizio venga da un pubblico “forte”, quindi non in soggezione rispetto all’”istituzione museo”.
Sia Roberto che Paola hanno fortemente posto l’accento sulla necessità di fornire quante più informazioni possibili, nell’obiettivo di dare alla persona non vedente autonomia di movimento e di scelta tra le informazioni: proprio Roberto ha proposto la predisposizione dei contenuti didattici secondo diversi livelli di approfondimento, e con diversi strumenti, visita guidata, didascalie, pannelli, guida scritta.
Tra i commenti generali, si riporta la richiesta quasi da parte di tutti, di essere ulteriormente informati sugli sviluppi del progetto.
[1] Il questionario, nel layout studiato per ipovedenti, è riportato in appendice.
[2] Cfr. relazione sulle esperienze esistenti.
[3] Un rapporto sulla valutazione, relativamente ai prototipi tattili, è stato fatto anche dall’associazione V.A.M.I.
[4] Si ringrazia vivamente l’Associazione Italiana Ciechi, Sezione di Ferrara, che si è gentilmente prestata, attraverso i propri iscritti, alla collaborazione alla valutazione, dando indicazioni essenziali e preziose.
[5] Vedi Appendice scheda informativa.
[6] Ci è stata data autorizzazione scritta a citare dati personali e sensibili, ai sensi della legge italiana sulla protezione dei dati personali, Legge 675/1996. Paola e Roberto, dell’Associazione Italiana Ciechi, sezione di Ferrara, sono le persone che con molta disponibilità, hanno collaborato nella valutazione dei prototipi. I nomi utilizzati sono comunque fittizi.
[7] Cfr. introduzione.
[8] Cfr. cap. 2.