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Di solito gli esseri umani sono costantemente consapevoli degli stimoli veicolati dai sensi maggiori (vista e udito), cui vengono, tendenzialmente, fornite risposte in modo conscio e volontario. All’estremo opposto della scala della consapevolezza, vi sono le modalità sensoriali veicolate dal sistema nervoso autonomo, implicate nella maggior parte delle attività corporee, pur senza molta attenzione conscia da parte dell’uomo; l’olfatto si colloca tra questi due estremi, in quanto è costantemente attivo con l’atto del respirare, ossia non si può non avere una percezione olfattiva; gli aspetti cognitivi dell’attenzione, quindi la parte di elaborazione intellettuale dai dati sensoriali, determinano il grado di consapevolezza dell’ambiente olfattivo nel quale si è immersi.
Le informazioni provenienti dall’olfatto sono, sia a livello personale che nella cultura dell’apprendimento, sottovalutate, in quanto, salvo casi drammatici (fughe di gas, cibi avariati) la sopravvivenza dell’essere umano contemporaneo non dipende più da queste informazioni, a differenza di quanto avviene per molte specie animali.
Negli animali, infatti, l’olfatto è usato per individuare il cibo e saggiarne la commestibilità, per riconoscere prede e predatori, per determinare la disponibilità sessuale dei partner e per delimitare i confini dell’habitat.
Inoltre i mammiferi possono usare odori speciali per vari scopi sociali: la posizione gerarchica degli animali in una comunità può essere controllata in base al loro odore, il legame tra madre e prole può essere dovuto a odori particolari emessi da entrambi i partner.
Rispetto al mondo animale, nella civiltà contemporanea le funzioni assegnate dall’essere umano all’olfatto sono ristrette, il che non significa secondarie. Le ragioni di questa restrizione degli usi sono legate a ragioni sociologiche e antropologiche, brevemente riassunte nel paragrafo 2.5.
L’olfatto ha un’importanza fondamentale nella determinazione del sapore degli alimenti, che è una delle sintesi più complesse di informazioni sensoriali, in quanto deriva dalla sintesi delle informazioni provenienti dall’olfatto, dal gusto e da quelle veicolate dal nervo trigemino. Una persona normale, non un gourmet, non presta un’attenzione costante al sapore del cibo, in quanto spesso il pasto è un’occasione sociale, per cui si è partecipi di una conversazione, o all’opposto si mangia in fretta davanti alla televisione. L’uomo tuttavia controlla, pur se con un ridotto livello di consapevolezza, ogni boccone; presta attenzione ai segnali olfattivi, oltre che gustativi, e decide momento per momento se l’odore del cibo è accettabile.
Il fatto di non esserne costantemente consapevoli, o di esserlo solo in parte, non costituisce una prova sufficiente del carattere secondario della percezione olfattiva nella vita quotidiana.
A prescindere dal tema delle complesse interazioni tra olfatto e gusto, che non è oggetto della presente ricerca, l’olfatto ha un ruolo fondamentale nelle interazioni umane, nei termini di categorizzazione sociale e attrazione interpersonale, tramite le componenti emozionali delle interazioni, a loro volta legate alla dimensione edonica (di piacevolezza) della stimolazione sensoriale, come si vedrà più oltre.
Anche nella letteratura scientifica il senso dell’olfatto ha sempre avuto una trattazione marginale, da parte della psicologia e della fisiologia, rispetto al funzionamento e alle caratteristiche degli altri sensi. [1]
Una ragione è la sua caratterizzazione implicita, rispetto a vista e udito, di senso acuto, ossia di un senso che funziona prevalentemente come fenomeno non conscio. Al contrario, la narrativa e la poesia hanno tenuto in alta considerazione l’olfatto come modalità sensoriale, proprio per questa stessa ragione.
La psicologia cognitiva tratta quasi esclusivamente la percezione uditiva e visiva, anche quando discute di memoria; ne deriva il rilievo maggiore accordato ai comportamenti umani volontari. Tuttavia già S. Freud, che non era uno psicologo cognitivista, avvertiva che alcuni dei più importanti aspetti dell’esistenza non raggiungono la soglia della coscienza. E’ del resto noto a tutti che scrittori e studiosi del comportamento umano sostengono l’importanza basilare del ruolo della percezione olfattiva nell’esperienza e nella creazione dei ricordi.
La sensazione di un odore è il risultato della stimolazione prodotta dalla sostanza odorosa; in ogni caso, si preferisce usare il termine percezione olfattiva, come riguardante gli oggetti nella loro totalità, rispetto a sensazione, che in psicologia si riferisce all’esperienza di attributi semplici.
Inoltre, poiché l’olfatto può essere per l’emozione ciò che vista e udito sono per la conoscenza, si potrebbe giustificare una classificazione dell’olfatto sotto la rubrica delle motivazioni, anziché quella di elaborazione delle informazioni sensoriali.
L’olfatto, in ragione della sua emarginazione dai campi di studio e dall’esperienza quotidiana, è oggetto di una serie di luoghi comuni erronei: si pensa che sia meno acuto rispetto alla vista e all’udito, meno sviluppato nell’uomo rispetto agli animali, come conseguenza del processo di civilizzazione. In realtà in alcuni casi l’olfatto umano è finissimo (si pensi ai cosiddetti “nasi”, le persone che elaborano i profumi); esiste tuttavia il problema che, in psicofisica applicata (la disciplina che si occupa di mettere a punto metodi obiettivi per la descrizione delle relazioni tra l’esperienza interna e la stimolazione fisica esterna), per quanto riguarda le misurazioni olfattive, risulta piuttosto difficile mettere a punto metodiche di misurazione quantitativa esatta.
Un odore viene fisiologicamente avvertito quando un certo numero di molecole della sostanza odorosa raggiunge l’epitelio olfattivo (tipo particolare di tessuto) alla sommità delle fosse nasali dell’uomo, dove sono localizzati i recettori olfattivi, le cellule specializzate nel recepimento delle molecole odorose.
La cavità nasale nel suo complesso è composta di tre parti: le narici, le fosse nasali e la retrocavità delle fosse nasali, attraverso la quale l’aria inalata dalle narici penetra nel nasofaringe, dietro il palato molle.
Prima che la sostanza odorosa raggiunga l’epitelio olfattivo, le molecole possono perdersi lungo il percorso a causa dell’assorbimento da parte di altre superfici della cavità nasale. Solo una frazione delle molecole che raggiungono l’epitelio può venire assorbita dal muco che ricopre l’epitelio (la parte di epitelio coperta da muco è chiamata mucosa olfattiva), e non tutte le molecole di questa frazione diffondono attraverso di esso: la velocità di diffusione varia a seconda delle sostanze odorose e dei diluenti, e solo alcuni di questi raggiungono i recettori olfattivi (concentrati in circa 10 milioni per 5 centimetri quadrati) e interagiscono con essi. Esistono anche altri tipi di recettori, come le terminazioni nervose libere dei sensi chimici che rispondono alle sostanze chimiche irritanti: le fibre di questi recettori si uniscono a fibre provenienti da altre aree del volto e del capo nel nervo trigemino.
I recettori olfattivi sono cellule bipolari, di cui un’estremità, il dendrite, si estende fino alla superficie dell’epitelio, mentre l’assone si prolunga all’interno del bulbo olfattivo attraverso la lamina cribrosa che fa parte del cranio.
Il bulbo olfattivo è la parte terminale allargata dei lobi olfattivi, un prolungamento della parte anteriore degli emisferi cerebrali. I due nervi olfattivi originano dalla membrana mucosa dell’epitelio olfattivo e raggiungono l’area situata posteriormente al bulbo olfattivo. Questa struttura non svolge la sola funzione olfattiva, ma anche funzioni legate all’assunzione di cibo, alla regolazione della temperatura dei cicli di sonno e del comportamento emotivo.
I meccanismi che spiegano l’intensità o la forza percettiva degli odori sono ancora parzialmente sconosciuti, a livello dei recettori: le cellule recettoriali hanno sensibilità diverse e possono non rispondere a tutte le sostanze. Inoltre la risposta della singola cellula cresce in maniera diversa e non monotonica all’aumento della concentrazione della sostanza odorosa.
La psicofisica dell’olfatto è quella branca della psicologia che dà una descrizione in termini quantitativi della relazione tra gli stimoli fisici e le risposte psicologiche, quindi interessa l’intensità percettiva in funzione della concentrazione dello stimolo. Generalmente la sperimentazione viene compiuta attraverso olfattometri, apparecchi in grado di controllare e manipolare la concentrazione delle sostanze odorose. Il modo più comune e semplice di operare consiste nel presentare le sostanze odorose in provette, o strisce di carta impregnate delle sostanze: l’intensità è variata variando la concentrazione della sostanza odorosa nel diluente.
La psicofisica si occupa anche delle differenziazioni qualitative degli odori, ossia la capacità di designare un odore e di raggrupparlo con altri odori simili. Il primo e più immediato modello pensato è una classificazione nominale degli odori, ovvero l’applicazione di un nome ad una classe chimica di odori, secondo il modello della classificazione dei colori. Il problema è che mentre a un colore primario (es. blu) corrisponde ad una determinata lunghezza d’onda luminosa, per quanto riguarda le classi di odori non esistono correlati chimico-fisici univoci come per i colori.
Tentativi di classificazione nominale degli odori esistono da Linneo (1756), ed il problema si complica nelle traduzioni da una lingua all’altra, poiché non ci sono caratteristiche chimico-fisiche specifiche per ogni classe, come per i colori. Si è visto che, come lingue e culture diverse suddividono lo spettro visivo, che non contiene limiti percettivi, in categorie arbitrarie, descritte dai nomi dei colori, analogamente ciò avviene per gli odori: le parole goaty (caprino) e sulfureous (sulfureo) descrivono odori simili negli Stati Uniti, ma diversi in Gran Bretagna.
Vengono usati attualmente metodi multidimensionali, per evitare il problema linguistico di analizzare le parole che la gente usa per descrivere gli odori, e che sono culturalmente influenzate: sono metodi che si basano non sul dare un nome ad un odore, ma sulla somiglianza, andando a ritroso, dalla somiglianza dei giudizi alla qualità, nel tentativo di costruire uno spazio olfattivo come un modello matematico, analogamente al solido dei colori, che presenta le dimensioni di brillantezza, saturazione e tonalità. Si è rilevato, tuttavia, che le differenze individuali di giudizio sembrano affermare l’esistenza di spazi olfattivi individuali.
Esiste poi un problema di concettualizzazione personale della sensazione: il colore blu può essere concettualizzato astrattamente, ma generalmente si pensa all’oceano, o al cielo. Non è affatto certo che con gli odori possa avvenire la concettualizzazione astratta: gli odori infatti sono denominati in termini di oggetti specifici (limoni, rose, pesci...). Si possono visualizzare o congetturare immagini mnestiche di sensazioni in altre modalità, ma è dubbio che si possa farlo per gli odori: si può visualizzare un limone giallo e fare smorfie facciali pensando al suo gusto agro, ma l’abilità di richiamare la pura esperienza olfattiva non è di per sé evidente. E’ qualcosa di simile a quello che i linguisti chiamano “concetto sfuocato”, il fenomeno della punta-della-lingua, quando una persona ricorda una lettera o due, il numero delle sillabe o l’accento tonico della parola, ma non la parola stessa. Analogamente, se si chiede ad una persona di annusare il contenuto di una bottiglia nascondendone l’etichetta, si può verificare il fenomeno della punta-del-naso, un odore famigliare che la persona non è in grado però di nominare.
La psicofisica si occupa anche di valutare la capacità delle sostanze odorose di provocare la risposta in un soggetto.
Esistono ricerche che definiscono la soglia assoluta di un odore: l’intensità minima a cui l’odore è percepito (quindi in realtà si definisce la soglia di stimolazione); si è verificato come questa sia estremamente variabile a seconda della storia personale degli individui.
La teoria della detezione del segnale sostiene che il continuum sensoriale non è interrotto da limiti di soglia, per cui si ricorre ad un’analisi differenziale: la soglia differenziale viene stabilita con un confronto tra lo stimolo standard e un altro stimolo, per determinare la probabilità di rilevazione soggettiva di una differenza, al variare della differenza fisica tra i due stimoli.
In generale si può dire che l’intensità percettiva di un odore cresce in funzione dell’intensità fisica, ossia della concentrazione: la formula matematica è R = c(I – Io)n dove R è l’intensità psicologica, I la concentrazione fisica della sostanza odorosa, Io una stima del valore minimo efficace dello stimolo, o soglia minima, c è la scelta delle unità di R e I. Il valore di n si è visto varia da 0,07 a 0,7 a seconda della sostanza, del diluente, delle differenze individuali. Il fatto che sia inferiore a 1 indica che il tasso di incremento dell’intensità percettiva non segue quello della concentrazione.
La percezione olfattiva è una fonte inestimabile di informazioni per l’essere umano, in primo luogo nel senso di fornire indicazioni sulla qualità e l’intensità dell’odore. Tuttavia, essa può svolgere un ruolo ancora più importante nell’emozione e nella motivazione: l’odore, infatti, interessa abitualmente comportamenti di attrazione e di evitamento.
Si crede comunemente che l’olfatto, più degli altri sensi, sia soggetto ad adattamento, cioè che si verifichi la scomparsa dello stimolo odoroso in seguito ad una esposizione prolungata alla sostanza; in realtà – e questo è uno dei luoghi comuni di cui si accennava sopra - si fa concettualmente confusione tra adattamento, termine impiegato per descrivere modificazioni nei recettori olfattivi e abituazione, la diminuzione o scomparsa della risposta ad uno stimolo nuovo; ciò significa che, all’esposizione prolungata in termini temporali, alla sostanza odorosa, non segue una scomparsa della percezione, ma la diminuzione della risposta percettiva in termini di consapevolezza.
E’ largamente diffusa, benché probabilmente errata, o quantomeno malposta, l’opinione che la perdita di qualsivoglia funzione sensoriale porti all’incremento di una o altre modalità. In una ricerca della Brown University è stato fatto il seguente esperimento: ai soggetti adulti sordomuti è stato chiesto di abbinare un odore ad un contenitore, presentato visivamente: il soggetto potendo annusare una saponetta, doveva indicare la corrispondente saponetta incartata, presentata come immagine, tra altre immagini di oggetti (ad esempio una bottiglia di aceto e un barattolo di pepe). Si è visto che non c’erano differenze significative tra questo gruppo e il gruppo di confronto composto da normoudenti, cosa che ha colpito loro stessi. [2]
Denominare gli odori è un compito cognitivo difficile: l’esperienza iniziale della percezione di un odore può essere piacevole, uno stato d’animo piuttosto che una sensazione (per la percezione visiva la sequenza può essere inversa). Si ritiene che la forza dello stato d’animo sia la ragione per la quale la memoria degli odori sembra eccezionalmente valida.
Un dato sperimentale a questo proposito è il fenomeno del disgusto per un cibo di cui si sia fatta indigestione, ma questo comprova non tanto la memoria di un odore, quanto il riconoscimento degli odori, ossia il rendersi conto che un odore che si sta percependo si era già percepito in precedenza. Il ricordo propriamente detto richiede che l’individuo sia in grado di richiamare le sensazioni dell’odore dal magazzino della memoria, senza alcun aiuto esterno.
L’uomo associa ad un odore una parola, ma quando in seguito viene presentato l’odore per l’identificazione, la sensazione olfattiva non necessariamente aiuta a recuperare la parola dalla memoria semantica; sperimentalmente si è anche verificato che un soggetto medio può identificare correttamente circa 16 sostanze odorose diverse, che ha potuto precedentemente percepire; al di sopra di tale numero il soggetto tende a confondere le sostanze.
Il lobo temporale destro del cervello umano è più importante del sinistro per la memoria di riconoscimento a breve termine degli odori; il lobo destro è infatti quello più interessato nelle funzioni non verbali, il che dimostra quanto detto sopra per la memoria semantica.
Si suppone generalmente che le cose buone, i cibi, profumino gradevolmente, mentre le sostanze nocive, compreso il cibo avariato, debbano avere un odore sgradevole, in nome di una presunta “saggezza del corpo”. Nell’Ottocento si riteneva che gli odori sgradevoli dei corpi malati fossero portatori e diffusori delle malattie, da cui la prassi sanitaria di aumentare le ventilazioni degli ospedali per impedire la diffusione del contagio.
La piacevolezza degli odori è stata studiata prevalentemente in relazione all’attrazione sessuale, ma col fine ultimo di determinare se si possano trovare basi scientifiche alla dimostrazione che esistono odori intrinsecamente gradevoli e repellenti.
Sembra chiaro che il disgusto è predominante: solo un quinto del mezzo milione di composti odorosi che conosciamo è giudicato piacevole, e la ragione di ciò è abbastanza intuitiva: la funzione primaria dell’olfatto è di mettere uomini e animali in guardia, ossia di indurre uno stato di attivazione dell’attenzione.
Gli esperimenti condotti con i neonati mostrano che il neonato non preferisce gli odori ritenuti gradevoli dagli adulti; la capacità di riconoscere gli odori è presente dalla nascita, ma la scala di piacevolezza costituisce un fenomeno evolutivo. Non esistono risposte innate alle sostanze odorose.
Gli odori sono quindi componenti non funzionali degli oggetti, ma possono diventare stimoli potenti. Ciò che è innato è la propensione ad imparare a fare tali associazioni e la stretta relazione tra il sistema olfattivo e le parti del cervello che mediano le risposte emotive, non i valori “di piacere” degli odori stessi.
La stima per la dimensione di piacevolezza/spiacevolezza, in laboratorio viene espressa, da parte dei soggetti coinvolti nei test, o con indicatori verbali e valutazioni quasi-metriche (tramite scale ad analogo visivo). Si è tentato anche di controllare le risposte non verbali alle stimolazioni sensoriali, attraverso le espressioni facciali; ma si è visto che anche le espressioni facciali possono riflettere le circostanze sociali in cui sono inserite, oltre che le risposte agli odori effettivamente presenti.
Rimane pertanto da discutere l’ipotesi che le risposte sociali a particolari odori dipendano da precedenti esperienze con tali odori in contesti interattivi: Kirk-Smith e Booth [3] sostengono che un odore acquisisce un significato, e quindi diviene fortemente evocativo, tramite associazioni apprese, tanto più stabili se instaurate in una situazione fortemente emotiva (si pensi del resto al celebre episodio delle petites madeleines nel romanzo di Marcel Proust, universalmente citato in qualsiasi discorso sulla relazione tra odore e memoria).
Il fatto che si instaurino relazioni associative fra odori e determinati contesti identificabili, o persone e oggetti denominabili oltre che riconoscibili, è operante fin dalle prime ore di vita, come dimostrano le preferenze olfattive dei neonati per le madri, e le possibilità di riconoscimento.
Poiché tuttavia l’odore non necessariamente è determinato da una sola sostanza, ne deriva che l’odore e il contesto sono componenti necessarie di uno stimolo condizionato complesso.
Le interazioni tra olfatto e gusto sono sicuramente quelle più studiate, in quanto costituenti una risultanza fondamentale, il sapore.
Il rapporto tra odore e irritazione è stato studiato in relazione alle stimolazioni delle terminazioni libere delle cavità nasali, quindi del nervo trigemino; a volte la sensazione è definita come odore, piuttosto che irritazione.
Pochissimi sono gli studi di relazione tra vista e olfatto, o tra olfatto e tatto; si potrebbe genericamente pensare che la presenza di più di uno stimolo sia distraente, tenda a diminuire l’attenzione in compiti sensoriali specifici.
Un’ipotesi alternativa, che è peraltro quella che ha supportato la sperimentazione dei percorsi olfattivi e tattili, è che stimoli diversi attivino l’organismo, e ciò a sua volta porterebbe ad una più acuta sensibilità. Ciascun senso può essere considerato un canale separato di informazione, ma nessun senso può dare un contributo unico. Inoltre, poiché la vista costruisce la conoscenza, mentre l’olfatto l’emozione, può accadere che l’odore causi una sensazione prima di suscitare interesse per il significato dell’odore stesso.
I paragrafi precedenti hanno reso conto, sulla scorta della letteratura scientifica, che le informazioni sugli odori che noi percepiamo, possediamo e ricordiamo non sono innate, al contrario di quanto una mitologia pseudoscientifica, che sostiene la primordialità del senso dell’olfatto, potrebbe portare a ritenere, ma vengono costruite da ciascun essere umano sulla base dell’esperienza.
Inoltre i mutamenti sociali e culturali influenzano in modo fondamentale non tanto i meccanismi di percezione, quanto di elaborazione delle informazioni percettive, e di attribuzione ad esse di significato. Anche in questo caso, a fronte di una mole enorme di studi sulla vista/visione, gli studi storico-sociali sugli odori sono molto meno numerosi: prevalentemente studi di area francese, nel solco della scuola degli Annales, a partire da Lucien Febvre, gli studi sui sensi hanno preso la direzione prevalente dello sguardo (Pierre Francastel, Michael Baxandall), e del gusto (Jean-Paul Aron).
Opera fondamentale per conoscere le modificazioni sociali e antropologiche legate agli odori è la Storia sociale degli odori, di Alain Corbin, pubblicata nel 1982. La ricerca di Corbin parte dal XVIII secolo e ricostruisce la battaglia contro gli odori portata avanti su più fronti, che ha condotto a ciò che l’autore chiama il “silenzio olfattivo” del Novecento. A partire dall’erronea identificazione, negli odori sgradevoli delle prigioni e degli ospedali, la causa prima delle epidemie, la tesi di Corbin è che la progressiva intolleranza verso gli odori non sia altro che la progressiva affermazione della cultura borghese, cultura urbana (si ricorda del resto come molti interventi urbanistici ottocenteschi siano innanzitutto interventi di eliminazione di zone malsane e di dotazioni fognarie) basata su un’idea di corpo disincarnato, puro.
Al di là della tesi storica sostenuta, ciò che risulta comunque fondamentale, in questa e altre opere, è la testimonianza, da una parte, di una sensibilità olfattiva nei secoli passati differente, sia rispetto all’intensità degli odori, che rispetto al tipo (il problema della sgradevolezza/gradevolezza) degli odori, dall’altra la riprova di quanto esposto più sopra, ossia di come la percezione olfattiva, il suo incrociarsi con informazioni da altri organi sensoriali, il suo legame con la memoria, non siano caratteristiche determinate biologicamente, ma socialmente e dall’esperienza individuale.
La ricerca scientifica degli ultimi quindici anni ha quindi chiarito come i percorsi neuronali olfattivi creino connessioni con molte strutture sub-corticali e corticali, esse stesse raggiunte da molte altre connessioni provenienti da altre zone della corteccia, in particolare dalle zone associative. Questa struttura suggerisce una codifica ecologica o contestualizzata, per cui il significato dello stimolo olfattivo dipenderebbe dalla rete delle altre stimolazioni, dall'ambiente insomma. In particolare i legami con l'amigdala e l'ippocampo spiegherebbero l'importanza degli odori nella modulazione delle percezioni affettive, nel consolidamento e nella “coloritura” della memoria - e non si può non notare come la memoria olfattiva resista ad amnesie profonde.
Anche la caratteristica prossimale dell'olfatto, che ne impedisce l'esperienza come modalità unica, è implicata nella sua peculiarità. Infatti la multimodalità dell'esperienza rende difficile la concettualizzazione estetica, ma favorisce la codifica ecologica, la resistenza delle memorie, il legame emozionale, la codifica non linguistica. [4]
Il gruppo di ricerca, sulla base delle conoscenze scientifiche esposte in questo capitolo, ha quindi deciso di progettare dei prototipi in cui gli odori non fossero sostanze semplici, ma miscele, odori complessi (chiamati ambienti olfattivi), per sfruttare la risonanza emotiva e le percezioni di famigliarità, senza arrivare all’uguaglianza. Detto in altre parole, si è ritenuto che una miscela di odori semplici e sostanzialmente noti, potesse determinare un flusso di risonanza emotiva/di riconoscimento in un pubblico ampio (si sottolinea ancora come la risposta agli stimoli odorosi abbia una importante componente personale, relativa alla storia dell’individuo), evitando un’operazione molto semplificatoria di identificazione dell’odore (“quest’odore di rosmarino è lo stesso per me e per gli etruschi”), che non avrebbe aggiunto nulla al percorso di comunicazione museale.
Altro punto importante è stata la scelta di proporre ambienti olfattivi caratterizzati da un livello comunque di piacevolezza, anche se, come si vedrà nel capitolo successivo, si sarebbero potuti scegliere odori di impatto molto forte. Questa decisione non obbedisce a mere ragioni di marketing, che sarebbero ovviamente fuori luogo, ma vuole agire sul livello di impatto e reazione emotiva che lo stimolo odoroso determina: già la proposta di un percorso olfattivo etrusco coglie la maggior parte dei potenziali fruitori di sorpresa, li lascia spiazzati; considerando anche la mancanza di abitudine dell’uomo contemporaneo alla elaborazione degli stimoli odorosi (tranne quelli legati al sapore) e alla loro intersecazione con altri stimoli sensoriali, la decisione è stata di far leva comunque sulle potenzialità della dimensione di piacevolezza dello stimolo odoroso, senza aggredire, almeno nella prima proposta sperimentale, il fruitore con odori attualmente valutati sgradevoli, quindi aventi come effetto la insorgenza di uno stato di allerta, di allontanamento e di rifiuto.
Si è cercato anche di calibrare l’intensità dell’odore, in modo che non fosse troppo intenso, quindi soverchiante rispetto ad altre informazioni, nè così tenue da non essere percepito o confuso con odori casuali; ovviamente l’intensità dell’ambiente olfattivo dipende da diversi fattori ambientali oggettivi, la cubatura e le dimensioni dell’ambiente in cui il prototipo è collocato, la presenza di impianti di aria condizionata, la collocazione del prototipo all’interno di possibili correnti d’aria (es. porte o finestre in linea), per cui la predisposizione poi di specifici percorsi olfattivi non potrà prescindere da una valutazione puntuale di queste variabili.
La valutazione dell’efficacia dei prototipi attraverso la simulazione di un percorso di visita nelle fasi di valutazione (la fase intermedia e la fase finale dopo la correzione) ha intrecciato i diversi stimoli sensoriali, oltre all’olfatto, il tatto (prototipi tattili e didascalie braille), la vista (prototipi anche da vedere, didascalie scritte) e l’udito, attraverso la simulazione di una visita guidata, e le interviste in profondità ai valutatori: volutamente si è sfruttato l’intreccio con la parola – scritta o detta – in ragione di quanto esposto immediatamente sopra “odore e contesto sono componenti necessarie di uno stimolo condizionato complesso” e nel capitolo 1 sulla comunicazione plurima e diversificata, ma operante in simultaneità.
Nel capitolo successivo si intende illustrare la base di informazioni sulla quale si è giunti alla elaborazione degli ambienti olfattivi etruschi.
[1] Lo studio scientifico della percezione olfattiva risale all’Ottocento, con l’opera di H. Zwaardemaker, Die physiologie des Geruchs, 1895.
[2] Riportato in T. Engen, La percezione degli odori, Roma, 1989.
[3] Kirk-Smith M.D., Booth D.A., Chemoreception in human behaviour: experimental anlysis of the social effects of fragrances, in “Chemical senses”, 1987, 12, pp.159-166, riportato in T. Engen, cfr. nota precedente.
[4] Dalla relazione del dottor M. Valussi al convegno organizzato a Ferrara 2002 in occasione della fase di valutazione dei prototipi. Il dottor Valussi è il responsabile della progettazione delle miscele costituenti gli ambienti olfattivi.